Simone Verde


10 dicembre 2008
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Seicento borghese

Da Rembrandt a Vermeer, al museo del corso

 
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Nel parlare di Seicento si pensa subito all’illusionismo pittorico, ai quadri riportati o al bel composto. Ma di Seicento ce n’è anche un altro, più discreto e altrettanto ricco. È quello dei Paesi Bassi, autori di una delle maggiori rivoluzioni estetiche di tutti i tempi, da oggi in mostra al Museo del Corso di Roma. Il meccanismo è semplice: privare un mondo in piena ebollizione dell’intervento dello stato. Liberare energie perché la cultura sfugga alla retorica ufficiale, gli artisti abbandonino le grandi committenze ed entrino in dialogo con la società. Il risultato sono oltre cinque milioni di tele dipinte nell’arco di un secolo in una regione piccola quanto la pianura padana. Centinaia di artisti e di scuole regionali, la proliferazione di generi diversi e l’elaborazione di una vera e propria iconografia colta della vita quotidiana.

A essere prediletta, ovviamente, è la pittura di piccolo formato, adeguata alle piccole dimensioni degli appartamenti e facile da trasportare a fini di commercio. Ma anche poco costosa e quindi più libera dell’architettura e della scultura di innovare e sperimentare. Una rivoluzione che Bernd Lindemann, curatore dell’iniziativa e direttore della Gemäldegalerie (da cui viene l’integralità delle opere esposte), riassume efficacemente nella formula che dà titolo alla mostra: “Valori civili”. Quella olandese, in effetti, non è soltanto un’officina prodigiosa da cui sono usciti artisti come Hals, Rembrandt e Vermeer. Inaugurato nel 1588 con la costituzione della repubblica delle province unite e la fine del dominio spagnolo, il modello dei Paesi Bassi è l’alternativa culturale alle altrettanto ricche potenze del mondo latino. Spagna e Francia, entrambe intente, assieme ai principati italiani, a misurarsi con le dinamiche del potere e con un mecenatismo di corte contraddittorio con la democrazia borghese.

Cosa succede quando gli dei scendono dagli altari e dalle volte affrescate per entrare nella vita ordinaria? Quando lo stato non impone un modello ma incoraggia l’espressione libera e plurale della cultura attraverso le sue molteplici istanze? Miracoli in miniatura come la celebre dama con il filo di perle di Vermeer, dove la luce che entra da una finestra è un’apofania del divino. La prova minimale del prodigio quotidiano della vita. Attraverso il rosso vivo di un nastro, la rotondità perfetta di un volto o la luminescenza di un filo di perle.






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