Simone Verde


7 dicembre 2008
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Armin Linke, immaginario nucleare

In mostra i sogni radioattivi della ragione

 
Armin Linke, immaginario nucleare

Nel primo dopoguerra il nucleare sembrò non avere scorie. I cittadini dell’Occidente si estasiarono davanti alla parabola dei funghi atomici, alle migliaia di bottoni disposti su consolle geometriche nelle sale operative delle centrali o alle curve perfette delle nuove ciminiere in costruzione. Per l’umanità che si illudeva di aver scoperto la forza che tiene tutte le cose, quell’energia doveva essere necessariamente pulita. Ed è così che, negli anni Cinquanta, centinaia di fisici e ricercatori che avrebbero assistito alle deflagrazioni nascosti in una baracca di legno sarebbero morti di cancro.

Come chiarisce Armin Linke, fotografo tedesco da anni attivo in Italia, quella del nucleare è una vera e propria cultura, una Weltanschauung ultima figlia del razionalismo europeo. Le tredici foto stereoscopiche esposte fino al 16 novembre alla Calcografia nazionale di Roma, infatti, aprono sugli interni sterili delle centrali atomiche italiane, spazi artificiali e bianchi, in cui ogni oggetto è stato disegnato con la riga e la squadra. Spazi che, una volta inforcate le apposite lenti blu e rosse, diventano tridimensionali e sembrano aprirsi davanti agli occhi.
Inventata in Francia a metà Ottocento sotto la spinta della scienza positivista, la stereoscopia costituisce un antesignano del razionalismo atomico che l’artista vorrebbe decostruire. Un capitolo di quella ricerca iniziata dal Rinascimento italiano e dal suo più sistematico teorico, Leon Battista Alberti, il quale, proprio analogamente alle foto di Linke, stabilì che le superfici dipinte dovessero essere finestre da cui ammirare la realtà nella sua perfezione matematica. Gioco tanto più facile, quando dall’altra parte del muro si trovano le strutture geometriche dell’architettura atomica.

Nelle immagini video che concludono la mostra (realizzate in collaborazione con Renato Rinaldi) un tecnico vestito di bianco cosparge fusti radioattivi di liquido stabilizzante. Gli imballaggi, impilati con ordine, sono volumi plastici e perfetti mentre i liquami che racchiudono, i rifiuti dei trattamenti, costituiscono il retrobottega dell’utopia. Miasmi cancerogeni che non si sa bene dove mettere e che a fine processo vengono a demistificare il tutto, ricordandoci di che pasta è fatta la vita.






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