Simone Verde


6 dicembre 2008
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De Gaulle, il piccolo destino della grandeur

Una nuova monografia sul grande statista

 
Charles De Gaulle

Grandeur. È la parola che meglio riassume la figura di Charles de Gaulle. A cominciare dalla statura, oltre un metro e novanta, che ne ha marcato l’immagine di immenso generale. Tre volte salvatore della patria, fondatore della V Repubblica, iniziatore della politica nucleare e due volte presidente. Una parabola politica condotta come in campo di battaglia, che Riccardo Brizzi e Michele Marchi riassumono con agilità in un volume apparso per i tipi del Mulino (Charles de Gaulle, 18,50 euro). Una sintesi, quella dei due ricercatori all’università di Bologna, che attraverso una delle personalità chiave del XX secolo, getta luce su alcuni mali storici dell’Europa.

Nato nel 1890 ed educato nella retorica nazionalista, de Gaulle riuscì a conservare il potere tenendo in vita antichi spettri: l’antica sindrome francese dell’accerchiamento, la competizione con la Gran Bretagna, una concezione centralistica del potere condotta con populismo bonapartista. Tutte convinzioni sposate con intransigenza che hanno permesso anni di sviluppo e il consolidamento della democrazia presidenziale ma che alla lunga avrebbero impedito alla Francia di realizzarsi pienamente. Come ricordano efficacemente gli autori, infatti, il generale ostacolò a più riprese l’ingresso della Gran Bretagna nella Cee (in un momento in cui gli inglesi erano piuttosto europeisti) e si batté contro ogni ipotesi federalista, senza accettare che il mezzo migliore per servire il proprio paese stava nel favorire la nascita di istituzioni politiche sovranazionali.Un paradosso che continua ad affliggere la Francia contemporanea tentata di misurarsi con i problemi globali a partire dallo spazio ristretto dei confini nazionali.

De Gaulle, coverGrandeur, certo, per aver voltato pagina con l’instabilità della IV Repubblica e per aver riportato la Francia tra le grandi nazioni. Ma anche limiti storici destinati a pesare sull’Europa di oggi. Tra cui l’aver perpetuato una concezione ottocentesca che continua a ispirare numerosissimi movimenti reazionari: ridurre l’universalismo dei diritti a un elemento qualsiasi di fierezza nazionale. «Il nostro motto è onore e patria – affermò il generale nel 1940 – ma anche “liberté, égalité, fraternité” visto che vogliamo rimanere fedeli ai principi democratici che i nostri antenati hanno ricevuto dal genio della nostra razza».






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