Simone Verde


17 settembre 2008
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Un mondo da decostruire

La biennale d'architettura di Aaron Betsky

 
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Architecture beyond building, smettere di costruire per rivelare l’architettura. Le parole d’ordine scelte da Aaron Betsky per la sua Biennale 2008 non sono una provocazione ma una risposta alle condizioni disastrose del pianeta. «Basta prendere un treno qualsiasi – afferma il celebre critico intervistato da Europa – per rendersi conto del caos informe dovuto a cinquant’anni di boom demografico ed edilizio». Una deriva che nel giro di qualche decennio ha spazzato via categorie come città e campagna, a profitto di una destrutturazione globale sempre più difficile da gestire. L’allarme è lo stesso di due anni fa, quando l’allora direttore Richard Burdett fece la previsione di un pianeta urbanizzato al 75 per cento, già nel 2050. «Anche se gli architetti sono responsabili di una parte infima delle costruzioni esistenti – afferma Betsky – non possiamo fare come se nulla fosse. Dobbiamo smettere di privilegiare progetti ambiziosi e inutili ancor prima di vedere la luce, per concentrarci sulla riforma dell’esistente ». Ecco perché quest’anno il padiglione centrale della mostra investirà una realtà come Roma, lontana dai grandi centri della contemporaneità. «L’urbs, città per eccellenza e culla di civiltà, la cui storia è una continua creazione attraverso la scomposizione e la ricomposizione di strutture esistenti – ricorda l’ex direttore del Nai (Netherlands architecture institute) di Rotterdam – Ma anche una città emblematica dello sviluppo disordinato del dopoguerra: territori intasati da costruzioni pessime in cui non c’è più spazio per nuovi edifici ma dove servono rimedi, interventi a cavallo tra architettura e urbanistica per ricucire quartieri sviluppatisi spontaneamente e a velocità vertiginose».

Di grande attualità in questo momento di crisi, la filosofia di Betsky non è frutto dell’emergenza, ma viene da molto lontano. Già collaboratore di Frank O. Gehry dal 1985 al 1987, il direttore della Biennale appartiene a pieno titolo al movimento definito “decostruzionista” da una celebre mostra del MoMa del 1988. Un movimento che, tramontata ogni prospettiva modernista di un mondo regolato dalle capacità razionali dell’uomo, propose di recuperare impegno politico e civile decostruendo l’architettura ufficiale per dare a vedere l’arbitrarietà di ogni costruzione estetica e l’uso strumentale che ne fa il potere. «Oggi non si può più pensare che l’architettura cambi la vita della gente – ammonisce Betsky – Il nostro compito non è di elaborare progetti utopici destinati a un mondo perfetto che non esiste, ma di far riflettere, far aprire gli occhi sulla natura concettuale e politica degli spazi in cui viviamo». Un approccio analitico che si realizza nel disarticolare funzioni e volumi, assimilando la figura dell’architetto a quello dell’artista che attraverso il suo punto di vista unico e irriducibile sul mondo svela il senso delle convenzioni che regolano le società umane e smaschera ogni ideologia.
Quella che si profila per il 2008, così, è una Biennale decostruzionista confermata dalla presenza di molti protagonisti e seguaci della mostra del 1988 e consacrata dal premio alla carriera a Gehry, capo spirituale della scuola (Betsky tiene a sottolineare che non si tratta di un vero e proprio movimento). Una scelta di campo che farà discutere, non tanto per la qualità indubbia dei protagonisti o per l’importanza del loro contributo teorico, ma perché destinata a riprodurre polemiche e divisioni antiche. Prima fra tutte, il protrarsi di un’architettura teorica che appare sempre più un lusso davanti all’urgenza e alla gravità dei problemi che affliggono il pianeta. Problemi che vorrebbero soluzioni concrete per un abitare ecologico e sostenibile al posto di analisi urbanistiche raffinate che nessuna amministrazione è poi in grado di adottare.
Altra polemica, poi, quella che investe le valenze simboliche ed estetiche dell’architettura: è possibile, come sostengono i decostruzionisti, produrre edifici che evitino ogni seduzione emotiva, facendoci riflettere sui meccanismi antropologici e di potere che gravano sulla nostra condizione di cittadini? Paradossalmente, l’opera stessa di Gehry sembra dire di no. E a dimostrarlo è il suo più grande capolavoro, il Guggenheim di Bilbao che, vittima dell’emotività con cui gli uomini guardano alla vita, stupisce e impressiona, ma non fa necessariamente riflettere.
Obiezioni che non sembrano preoccupare più di tanto il direttore della mostra. «Comunque la si pensi – afferma Betsky – non si può continuare a costruire edifici brutti, inutili e morti come si è fatto negli ultimi cinquant’anni o ad assecondare le derive dovute alla speculazione economica e finanziaria. È evidente a tutti che c’è bisogno di una svolta e questa non può arrivare dalla moltiplicazione di costruzioni disumane. Comunque la si pensi – insiste il direttore – Venezia costituirà un’occasione irripetibile per fermarsi un attimo. Per fermarsi a pensare».






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