Simone Verde


17 settembre 2008
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Tornare al futuro

Intervista con Edgar Morin

 
Edgar Morin

«Oggi ci confrontiamo con problemi che toccano non solo la politica ma anche la religione e l’economia. C’è bisogno di un sapere che si rivolga agli esseri umani nella loro interezza. Questo è il compito di una scuola di formazione come questa del Partito democratico». Il grande sociologo francese Edgar Morin accetta di parlare con Europa prima di aprire, con la sua relazione, la Summer School del Pd. «Oggi si deve lavorare contro la compartimentazione dei saperi. La sinistra deve coniugare le tre radici del pensiero occidentale: quella libertaria che afferma il valore della libertà, quella socialista che esalta la solidarietà e quella comunista che dà valore al concetto di comunità».

Con l’avvento della globalizzazione ci si aspettava il superamento delle identità nazionali e il trionfo delle idee universaliste di democrazia.

«È vero che la mondializzazione è un processo di unificazione tecnicoeconomica ma è anche vero che sin dall’inizio si è presentato come un processo di occidentalizzazione. Ecco perché oggi registriamo il ritorno a istinti antropologici, a identità etniche e religiose che pensavamo fossero sepolte con la storia».

Forse perché la democrazia occidentale non è più capace di offrire il benessere che aveva promesso in passato?

«L’occidente aveva diffuso nel mondo la credenza nel progresso come legge irreversibile della storia. Per molta parte del XX secolo questa fede in un miglioramento costante delle condizioni di vita dei cittadini aveva attraversato tutto l’occidente, paesi dell’ex blocco sovietico compresi. Oggi, però, queste speranze in un avvenire radioso non hanno più senso di essere. E non basta, perché dopo la crisi petrolifera del ‘73, il modello economico occidentale non è più capace di assicurarci un futuro. E quando non c’è più futuro, quando il mito del progresso viene spazzato via, quando non c’è neanche un presente in cui richiudersi perché è incerto, ecco verificarsi un riflusso nel passato e nelle credenze etniche e religiose».

L’affermazione di fenomeni come la Lega in Italia, gli indipendentisti della Corsica, il Vlaamse Block sono da attribuirsi a questo?

«Rappresentano il ritorno a identità ancestrali, a istinti atavici dovuti all’assenza di qualsiasi prospettiva per il futuro, in sostanza al fallimento delle promesse fatte dalle ideologie del XX secolo. Lo stesso avviene nel cosiddetto terzo mondo in cui tutti i movimenti che si ispirarono nel XIX secolo alle tradizioni politiche europee, nella speranza di produrre benessere e ricchezza diffusa, oggi sono annichiliti dalla crisi e sostituiti dal ritorno all’irrazionale e al religioso».

Si tratta del fallimento delle illusioni razionaliste del XX secolo, dunque, che fossero liberiste o marxiste, di destra do sinistra? Crisi che ci porta direttamente nelle emergenze del nuovo secolo?

«Le ideologie fondate sul progresso e sull’apparente razionalità sono fallite e c’è un vuoto da riempire. Il problema, però, è che la politica, nel mondo occidentale, è rinchiusa nel regno dell’istante, si rifugia nell’immediatezza o nell’illusione che si possa mantenere qualcosa delle idee di crescita e di sviluppo. Un’illusione pericolosa perché – come sappiamo bene – la scienza e la tecnica, cui si sono fino ad ora affidate le speranze in un mondo migliore, non producono solo benessere, ma anche armi di distruzione di massa, rovina e morte. Anche l’economia globalizzata produce ricchezza estrema per pochi e miseria per molti. Che le promesse della scienza e della tecnica siano per metà illusorie è dimostrato anche da un dato aneddotico ma importante: la diffusione degli psicofarmaci, prova di una società che non è neanche capace di diffondere benessere psichico».

Da dove ricominciare?

«Si deve cambiare strada e fare critica alle idee di crescita e di sviluppo, si deve ricucire una realtà divisa artificialmente dalle distinzioni fatte dal nostro modello di sapere».






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