Simone Verde


17 settembre 2008
Twitter Facebook

La grande lavanderia della storia

Nero è bello. Una mostra al museo Nieuwe Kerk di Amsterdam

 
7274-adoration-of-the-magi-hieronymus-bosch

La storia ufficiale dell’Occidente è tutta in bianco. Colore della purezza, dell’aristocrazia e dell’intelletto. Colore che già nella pittura antica distingueva le donne dagli uomini, vergini immacolate vissute lontane dal sole, contrapposte alle pelli abbronzate di esseri brutali venuti dalla campagna o dalla strada nella speranza di approfittare di loro. Chi si ricorda di imperatori neri o mulatti, filosofi nati e cresciuti in Africa o di sovrane dalla pelle scura? Nei secoli, persino Cleopatra e Nefertiti sono diventate come latte, per entrare nella rappresentazione di simbolica purezza che la cultura europea ha fatto di se stessa. Consunti dal tempo, i marmi dell’antichità hanno perso le loro tinte, alimentando un’immagine frigida e neoclassica.

A mettere le mani in tanta rimozione è una mostra alla Nieuwe Kerk di Amsterdam (fino al 26 ottobre), Black is beautiful, titolo che nel suo duplice significato è anche un programma estetico: nero è bello, perché rinvia alla bellezza della diversità di ogni essere umano. Bello, poiché costituisce uno dei canoni dell’estetica occidentale. Nero, affermano i curatori, non è il colore dell’Altro assoluto, ma una delle tonalità della coscienza europea stessa. A cominciare dai suoi padri, milioni di uomini e donne che, incontrandosi e mischiandosi con generosità, hanno dato origine alle culture del Mediterraneo. Per continuare con personaggi come Settimio Severo, suo figlio Caracalla, sant’Agostino, nato a Tagaste nell’antica Numidia, san Maurizio, santo nero sudanese che si rifiutò di sacrificare agli dei pagani, diventando simbolo di lealtà al Cristianesimo. Tutti uomini, suggeriscono le opere esposte, che hanno costruito l’identità europea delle origini. E ancora somali e mori nella Palermo di Federico II di Svevia, Menelik, leggendario primo re etiope, diretto discendente di Salomone e modello di virtù, centinaia di intellettuali, consiglieri attivi in tutte le corti europee sin dall’alto medioevo, documentati dalle splendide tavole esposte in mostra, come la celebre miniatura dei fratelli Limbourg che ritrae una messa in una cappella di palazzo. La lista dei neri che hanno contribuito alla nascita dell’Europa è lunghissima e si banalizza con il tempo, man mano che il ricordo diretto dei fatti, sostenuto da prove e documenti, ha resistito al grande candeggio della storia. Ma più dei nomi, quel che importa è il contributo determinante che gli scambi reciproci tra sud e nord hanno rappresentato per la cultura di ogni età.

A cominciare dall’arte delle province meridionali dell’impero che hanno permesso il rinnovamento dell’estetica tardo romana e la nascita del medioevo cristiano. Apporti iconografici, simbolici e compositivi che hanno traslato nelle ragioni latine una visione del mondo più funzionale al nuovo potere. Poi, il contributo di civiltà e di conoscenza delle culture arabe e moresche nell’Europa medievale. Per arrivare al Novecento con il grande rinnovamento dell’arte moderna nata dalla scoperta della scultura africana. E precisamente nel 1906, quando dopo una visita al museo etnografico del Trocadero di Parigi, Pablo Picasso comprese che il concettuale non era una scoperta dell’Occidente. E che popoli considerati primitivi perpetuavano da secoli un modello di rappresentazione simbolica della realtà che si discostava dall’apparenza delle forme e svelava la consistenza ontologica delle cose. Inutile, perciò, tentare di distinguerci. Che sia bianco o nero, sembra dire la mostra, l’Altro è una creazione dell’Io.

Nel medioevo, spiegano i curatori con il loro ricchissimo catalogo, neri erano i bianchi posseduti, gli esseri impuri, figure demoniache. Ma anche cortigiani o guerrieri della fede allegoria delle potenzialità spirituali dell’uomo europeo: peccatore, ostaggio del diavolo o possibile atleta delle tre virtù teologali, ragione di corpi perfetti. Analogamente, nella cultura del Seicento barocco, quando la moda delle “veneri nere” venne a esaltare il mistero che abita nella diversità di ciascuno, prova dell’infinita immaginazione di un Dio onnipotente. «Per variar natura è bella», afferma il retro di una celebre medaglia esposta nella mostra su cui si trova ritratta una donna africana. Ovviamente la rassegna si concentra soprattutto sulla produzione artistica olandese. Ovviamente, poiché la sua missione è principalmente politica e civile: informare i cittadini sulla lunga relazione che li lega a culture apparentemente lontane. Non per questo, però, l’esercizio è meno riuscito o universale, tanto più che potrebbe essere condotto con successo in tutti i paesi occidentali.
Con l’epilogo, la mostra chiude il cerchio. Una sezione dedicata esclusivamente agli artisti africani del nostro tempo viventi e attivi in Europa. Figure celebri come Tirzo Martha, Marlene Dumas o Ina van Zyl che portano l’estrema conferma circa la natura dell’Altro rivendicata dai curatori: in queste opere che parlano di decolonizzazione e di ricerca delle origini, chi è l’Altro? Il bianco, giustamente messo all’indice, che per secoli ha oppresso e sfruttato? O ancora una volta il nero che, evocato aneddoticamente da qualche riferimento ai motivi dell’arte africana, viene utilizzato all’interno di un linguaggio critico tipico dell’arte contemporanea e occidentale?






0 Commenti



Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>