Simone Verde


28 luglio 2008
Twitter Facebook

E se Dio non fosse morto?

Tracce di sacro al Centro Pompidou

 
E se Dio non fosse morto?

Nel vasto autoritratto che il Novecento ha costruito di se stesso quasi non c’è posto per il divino, per la spiritualità, per la paura della morte. Come nella storia, così per l’arte: in quell’autobiografia, l’avventura dell’uomo liberato dalle tenebre comincia con l’Illuminismo, dove la scomparsa di Dio avrebbe aperto a una realtà bonificata dai fantasmi, dominata dalla ragione, dal progresso. E le avanguardie artistiche avrebbero realizzato un mondo migliore, traducendo in estetica le scoperte della scienza e della tecnica. Peccato che negli anni Novanta un massiccio ritorno alle fedi tradizionali sia venuto a guastare tutto, mettendo in dubbio alcuni luoghi comuni sulla secolarizzazione assieme a una certa immagine del secolo scorso.

E se Dio non fosse morto? È la domanda di E se Dio non fosse morto?, curatore della mostra le Traces du Sacré, al Centro Pompidou fino all’11 agosto. Possibile, si chiede Pacquement, che nell’arte contemporanea si sia persa ogni traccia del sacro? Che l’uomo abbia potuto fare a meno di riflettere sul senso della vita? La risposta è negativa: in assenza di tali interrogativi verrebbe a mancare l’arte stessa, nata per esorcizzare la precarietà dell’esistenza, aspirando a mondi razionalmente o emotivamente perfetti. «L’arte – scrive il curatore – non può essersi liberata della spiritualità o del sacro. Il quale, preso in senso metafisico, è sua parte integrante». Ragione per cui la mostra del Centro Pompidou si apre con un’opera di Damien Hirst, artista contemporaneo che ha lavorato su questi temi più di chiunque altro sostenendo che, sottratta alla religione, l’insopprimibile domanda finisce in mano ad altre forme di sapere come la medicina, la scienza o l’arte.

Nelle intenzioni del curatore, così, il percorso della mostra diventa una vera e propria rilettura dell’arte moderna e contemporanea, o meglio un’operazione contro l’amnesia indotta in sede storica e critica. Ecco, allora, meravigliarci davanti a opere esoteriche di Piet Mondrian, artista tra i più intellettuali del secolo, famoso per aver ricondotto la realtà all’essenziale: pochi colori e due linee ortogonali. Ebbene, il pittore olandese non cercava soltanto di applicare alle proprie tele i metodi riduzionisti della fisica e della chimica ma in quei pochi elementi sperava di assistere all’apparizione di una forza soprannaturale. Analogamente per Kandinsky, padre dell’astrazione e autore di un famoso quanto eloquente trattato sullo Spirituale nell’arte.
La lista potrebbe essere lunghissima e si deve sottolineare un limite della mostra, molto attenta con artisti che hanno intrapreso esperienze apertamente religiose, meno attenta quando la dimensione spirituale è meno esplicita e condotta in solitudine. Come nel caso dell’espressionismo astratto statunitense che è rappresentato da opere minori e non viene trattato con la dovuta specificità. Si tratta di artisti come Jackson Pollock (il cui rapporto con la religione degli indiani d’Amercia è ampiamente noto) Ad Reinardt, Barnett Newman, Mark Rotkho e altri che portando la pittura al massimo grado di purezza alla ricerca della verità più semplice.
«Scopo della mostra – scrive Pacquement – è dimostrare come la scomparsa del divino e la rottura con il religioso abbiano prodotto una nuova era nell’ambito della creazione. Che nel contesto di questa rivoluzione intellettuale l’arte moderna si costituisce su una relazione individuale in cui scompaiono credenze imposte e quasi obbligate». La cosiddetta morte di Dio, cioè, non avrebbe ucciso la spiritualità, ma soltanto i dogmi. Diversamente da quanto sostenuto da una certa critica militante, non avrebbe comportato la fine degli interrogativi sul senso della vita ma avrebbe liberato la spiritualità di ciascuno, spingendo le grandi religioni al rinnovamento. Motivo per cui un’intera sezione della mostra è dedicata all’arte sacra.
Anche qui non mancano le sorprese. Chi ricordava il progetto del comunista Férdinand Lèger per la facciata della chiesa Notre-Dame-de-Toute-Grace ad Assy? O il Sonnenkreutz, un crocifisso ligneo scolpito da Joseph Beuys nel 1948? Seguono esempi più noti, come il plastico della cappella Notre-Dame-du-Haut a Ronchamp, di Le Corbousier, gli schizzi per la cappella di Vence di Matisse o i progetti esecutivi della famosissima sala ecumenica di Marc Rotko a Huston. Casi celebri che nel contesto espositivo assumono un significato ben diverso: non più eccezioni dovute alla voglia di misurarsi con un tema desueto ma classico, quanto manifestazioni puntuali di un’ininterrotta ricerca personale.

«Le opere da esaminare– scrive Pacquement – sarebbero innumerevoli. E, al contrario di quello che potrebbe pensare, sono ben poche quelle che si possono considerare prive di qualsiasi spiritualità». Già, perché a rileggerla così, è tutta la storia dell’arte del Novecento che chiede di essere riscritta. A partire dalla convinzione che «non c’è cultura senza interrogarsi sui fondamenti dell’essere: destino individuale, angosce esistenziali, ciclo della vita e della morte».






0 Commenti



Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>