Simone Verde


19 luglio 2008
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Avedon, ottimismo Usa a Parigi

Una mostra al Jeu de Paume

 
Avedon, ottimismo Usa a Parigi

Nel 1946 Richard Avedon sbarca in un’Europa prostrata dove Adorno teorizza la fine dell’arte dopo Auschwitz e pittori come Dubuffet, Soulages o Wols rivelano un immaginario collettivo fatto di mostri e segnato dalla barbarie. In tanta desolazione, però, il lavoro del fotografo americano (al Jeu de Paume di Parigi fino al 28 settembre) dà a vedere solo ottimismo. L’ottimismo di una cultura e di un paese che si avvia a diventare la maggiore democrazia del dopoguerra. Lo si vede sin dai primi, famosissimi scatti per le riviste di moda Harper’s Bazaar e Vogue. Immagini che non si limitano a innovare le tecniche pubblicitarie, ma che dietro un’apparenza patinata e anodina segnano la nascita di un’iconografia destinata a imporsi per il resto del secolo. Niente più ritratti fissi, statuari, ieratici. I nuovi signori del mondo sono borghesi qualunque e la loro epopea si svolge nei café, per strada o al parco in immagini intense quanto drammi domestici. L’ottimismo americano di Avedon ha anche i suoi eroi, scrittori, artisti, star dello spettacolo celebrate nella loro dimensione privata. Tutti ricorderanno i ritratti di Marilyn Monroe o di Bob Dylan, non più principi o sovrani irraggiungibili, ma persone in cui si trovano esaltate qualità ordinarie. Facce nero su bianco, su grandi sfondi luminosi che hanno fatto la fama di Avedon e che permettono di valorizzare l’individuo, di isolarlo dal contesto sociale per fermarsi alla geografia dei volti, rivelare la vitalità esistenziale degli sguardi e la verità della vita che accade. Così come i primi piani sfocati, le istantanee, i corpi in movimento, tutti accorgimenti che, evitando con cura ogni retorica del potere, celebrano i valori della nuova borghesia.

Ultima sezione della prima retrospettiva dedicata all’artista deceduto nel 2004, i ritratti di cittadini dell’American West raccolti dal 1979 al 1984. Immagini che fecero scandalo poiché attraverso i volti segnati dalla fatica e dalla sofferenza, il fotografo decise di raccontare le contraddizioni degli Stati Uniti diventati superpotenza. Il benessere negato a tanti lavoratori e un sistema economico basato sulle capacità razionali dell’uomo ma anche sulla sua forza fisica e animale, spesso rimossa. Sguardo critico ma non sovversivo che fa di Avedon una delle coscienze illuminate della democrazia occidentale.






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