Simone Verde


10 luglio 2008
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La storia e i vincitori

L'Europa dopo Roma, di M. H. Smith

 
La storia e i vincitori

Esistono ambiti della storiografia in cui il dibattito è destinato a rimanere aperto. È il caso di Nerone o del Tardoantico. L’imperatore della Domus aurea fu tiranno o genio eclettico? La caduta dell’Impero romano fu decadenza o epoca di grande fermento? Analogamente per l’Alto medioevo, età tradizionalmente oscura che la studiosa britannica Julia M. H. Smith, cerca di riabilitare nel suo ultimo libro L’Europa dopo Roma, (Mulino 32 euro). Anche in questo caso, l’esercizio consiste nello sfatare luoghi comuni, demistificare le semplificazioni e restituire la storia in tutta la sua complessità. Il risultato, è un racconto fatto di uomini e donne, religioni e territori diversissimi in un’Europa laboratorio di incontro e di contaminazione culturale. Il titolo del libro indica chiaramente il senso di questo multiforme affresco: descrivere un mondo finalmente libero dal giogo politico e ideologico di Roma. Uno spazio in cui tutto è possibile, la proprietà mobile, le identità aperte e flessibili.

Il lavoro della Smith è documentato e convincente anche perché può avvalersi di illustri precedenti. Il dibattito francese sul Medioevo condotto a partire dagli anni venti dalla celebre scuola degli Annales e da studiosi del calibro di Marc Bloch, Henri Pirenne o Jacques Le Goff. Quello sulla ricchezza estetica del Tardoantico in cui si sono misurati storici dell’arte come Ernst Kitzinger, Ranuccio Bianchi Bandinelli o Mathews Thomas. Tutti studiosi cui si deve la lenta scomparsa del pregiudizio e nuovo interesse per civiltà condannate all’oblio. Nel caso dell’Alto medioevo, a opera delle nuove potenze emerse nel XIII secolo che, presentandosi come restauratrici dell’Impero, descrissero il mondo che le aveva precedute in preda alla decadenza e alla barbarie. Una visione «della storia d’Europa – scrive la Smith – presentata in termini trionfalistici» per oltre sette secoli, dal XII fino al XIX, con l’apogeo degli stati nazione. La Smith ha ragione, la storia viene scritta dai vincitori. Fu così da sempre ed è così anche nel suo caso: «All’inizio del III millennio – si legge nelle conclusioni del libro – quando le nazioni subiscono un’erosione su tutti i fronti, un’Europa in cui si riscoprono identità regionali di origine alto-medievale richiede una storia diversa».






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