Simone Verde


20 marzo 2008
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Un pianeta, infinite utopie

La retrospettiva Struth al madre di Napoli

 
Un pianeta, infinite utopie

Attivo dagli anni Ottanta, il fotografo Thomas Struth guarda alla realtà con occhi di antropologo. E così, la retrospettiva che il Madre di Napoli gli dedica fino all’11 aprile si apre con la gigantografia di una natura fitta, vergine ed esotica, giardino dell’Eden in cui ancora tutto è possibile. Poi l’oggi dovuto all’azione dell’uomo, città, paesaggi urbanizzati e individui altamente civili che alla natura bruta hanno cercato di sostituire un mondo razionale e perfetto. Ne nascono ritratti viventi di edifici che nella loro forma rivelano tutte le ambizioni e le illusioni della società che li ha prodotti. È così in architetture barocche tormentate dalla potenza divina che abita la materia; in immagini statiche di palazzi ottocenteschi che affermano l’autorità dello stato e della nazione; in grattaceli moderni che salgono in geometrie verticali, cantando il trionfo della ragione e della tecnica. Nella sua capacità di isolare tratti di paesaggio urbano, l’artista ci rivela così il vero volto delle nostre città: non soltanto il risultato di stili e gusti diversi, ma pezzi di metropoli ideali che coesistono senza che nessuna di esse sia riuscita a prendere il sopravvento.

Struth ha talmente ragione che nessuna città ideale è mai giunta a compimento: fu così per la Babele biblica o la Pienza di Rossellino, per la Parigi di Haussman o per la Brasilia di Nimeyer. Segno che l’aspirazione intramontabile a una società perfetta è destinata a rimanere sulla carta e che gli uomini devono rassegnarsi a convivere tra culture e spiritualità diverse. E qui arriva il secondo tema della mostra illustrato dalle celebri foto che ritraggono il pubblico contemporaneo in visita ai capolavori di tutti i tempi. La cena in casa Levi di Veronese a Venezia, la Zattera della Medusa di Gericault al Louvre, le Meninas di Velasquez al Prado, e tanti altri. Che c’entriamo noi, davanti a queste opere del passato? La differenza estetica è enorme e il contrasto fotografato da Struth dimostra che non c’entriamo proprio niente: come per le architetture metropolitane, ogni stile e ogni epoca apre su mondi e aspirazioni diverse. Un dialogo, però, è possibile e auspicabile. Poiché – come suggerisce la sensibilità postmoderna dell’artista – il confronto tra costruzioni di senso permette risposte nuove alle domande di sempre.






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