Simone Verde


20 marzo 2008
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Il ritorno dello stato-nazione

Intervista con Alain Finkielkraut

 
Finkielkraut

«Tornare allo stato-nazione». È questa la ricetta di Alain Finkielkraut per aiutare le nostre democrazie a uscire dall’apatia e dalla crisi culturale degli ultimi anni. Incontrato a Roma per l’uscita del suo ultimo libro in traduzione italiana (Che cos’è la Francia, Spirali) e a qualche giorno dalla sconfitta di Nicolas Sarkozy alle elezioni amministrative, il piglio appassionato dell’intellettuale francese rivela tutta la tensione di un paese diviso e sempre più incerto della propria identità. «È vero – ammette lo scrittore studioso di scienze sociali – la Francia è in crisi. Ha eletto un presidente qualche mese fa e ora lo demolisce. Sogna un futuro diverso e ha paura di compiere scelte irreversibili. Ma si tratta di un fenomeno europeo». All’origine di tutto, il trionfo del pragmatismo e l’abbandono delle comunità storiche che abitano il nostro continente. «Senza un vero e proprio dibattito tra i cittadini di ogni nazione – sostiene – non ci può essere democrazia, ma soltanto una mediocre gestione burocratica e verticista che, sprezzante della storia e dell’identità di ognuno, ci riduce a esseri sociologici».

Quali sono i segni della crisi?

«Innanzitutto, lo svuotamento progressivo di tutte le istituzioni e la scomparsa di ogni dibattito. Al confronto delle idee è stata sostituita un’ideologia del politicamente corretto, priva di contenuti. Tutto ciò in un sistema di cultura sovvenzionata dallo stato che ha fatto di artisti e intellettuali, burocrati culturalmente collusi con l’establishment e con la politica».

Quali sono le cause?

«La convinzione illuminista che gli uomini debbano tagliare le proprie radici per trasformarsi in esseri puramente razionali. Ecco il risultato: intelligenze prive di passioni. Un culto pragmatico della razionalità e un disprezzo per le identità storiche che produce ignoranza. In Francia, si è generalizzata una concezione della politica basata non più sul confronto tra le culture nazionali, ma sulla neutralità della legge. «Siamo la patria dei diritti dell’uomo», si dice, diffondendo un’idea riduttiva della nostra identità».

Per riprendere il titolo del suo libro, che cos’è la Francia?

«È una patria culturale fatta di visioni del mondo sedimentate in un orizzonte linguistico e spirituale proprio a tutti francesi. Se il mio è il paese dei diritti dell’uomo, ciò non lo si deve al sangue sacrificato dalla rivoluzione o a qualche testa mozzata, ma a grandi capolavori come Jacques le fataliste di Diderot o il teatro di Marivaux. Oggi questo legame con la lingua, che è legame con la cultura, si è perso. E così, da terra di Chateaubriand, siamo diventati “patria dei diritti dell’uomo”».

Eppure, in questa frase non si nasconde soltanto l’esaltazione acritica della legge, ma anche l’attaccamento alla lingua dell’illuminismo.

«Sì, a una lingua strumento perfetto della ragione. Non credo a questo tipo di utopie razionaliste, peraltro all’origine dei grandi drammi del XX secolo. Non può esistere un sistema politico o linguistico privo di radici storiche e basato soltanto sull’esercizio a priori della ragione. La Francia ha riscoperto negli ultimi mesi la propria identità nazionale. È stata una bella sorpresa scoprirsi esseri storici e non soltanto sociologici. Si è parlato di un ritorno alla monarchia, dicendo molte stupidaggini: Sarkozy non ha voluto reintrodurre il culto della personalità ma si è rifiutato di distinguere tra Francia rivoluzionaria, cristiana e monarchica. La Francia è una sola. È l’intuizione che ha fatto grande Charles De Gaulle».

La sua posizione sembra figlia della scuola di Francoforte: la democrazia si nutre dell’attaccamento della comunità alla propria storia?

«Più che a Horkheimer e Adorno e alla loro critica del razionalismo illuminista, il mio riferimento è a Hannah Arendt. Personalmente ne deduco che la nazione è lo zoccolo su cui poggia qualsiasi sistema democratico: nello stesso modo in cui una lingua è cultura poiché raccoglie tutte le esperienze di un popolo, una democrazia completa rinvia alla nazione, poiché poggia sul sentimento di appartenenza di tutta una comunità culturale. Senza di essa, d’altronde non c’è dibattito possibile e i nostri sistemi si riducono a burocrazie prive di anima come quella europea, il cui compito si limita all’applicazione di una legge che si pretende universale».

Ma non è esattamente il contrario: l’universalità è stata svuotata di senso poiché se ne è fatto un elemento di orgoglio nazionale?

«Non sono d’accordo, l’universalismo non è un’acquisizione definitiva, ma una conquista che va ripetuta attraverso il dialogo e il dibattito tra culture e cittadini. Solo così principi astratti diventano valori praticati. Il dibattito, poi, non può avvenire se non all’interno di un orizzonte culturale condiviso, cioè di una lingua e di una comunità coesa».

Allo stesso tempo, però, l’orizzonte nazionale non basta più a governare i processi di un mondo globalizzato. E senza un’Europa più federata si rischia di lasciare ogni potere alla burocrazia che lei contesta.

«È vero, ma esiste una via di mezzo. L’Europa ha bisogno dei nostri paesi e i nostri paesi hanno bisogno dell’Europa. Non c’è bisogno di sacrifici o di stravolgimenti. Basta trovare un equilibrio, ritornare a coltivare le nostre culture e riscoprire il nostro passato. Soltanto allora si potrà tornare davvero a discutere e a promuovere democrazia».






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