Simone Verde


17 marzo 2008
Twitter Facebook

La Cina si gioca tutto

Intervista al sinologo francese Mathieu Vernerey

 
La Cina si gioca tutto

«La repressione è inevitabile». Mathieu Vernerey è pessimista sull’esito della crisi tibetana. «Il regime cinese – afferma l’esperto di Le Monde Diplomatique – non può permettersi che i moti diventino esempio per altri movimenti indipendentisti e per molti cittadini scontenti delle proprie condizioni di vita». Nessuna speranza per una soluzione pacifica, quindi. «Tanto più che è ormai troppo tardi per accettare le proposte di dialogo del Dalai Lama e per tentare la pacificazione». Quanto alle violenze, il sinologo sottolinea come «non siano dovute ai monaci, ma a una popolazione esasperata e ormai distante, grazie alla politica culturale cinese, dal pacifismo buddista delle origini».

Quella tibetana è più di una crisi regionale, dunque?

«I dirigenti cinesi sanno perfettamente che è in gioco la tenuta del paese. Numerose sono le spinte centrifughe, e oltre al Tibet ci sono altre regioni come lo Xinjiang e la Mongolia interna che lottano da anni per l’indipendenza. A queste tensioni si aggiunge l’ormai decennale capitolo dei rapporti con Taiwan che potrebbe cogliere l’occasione per dichiarare formalmente la propria sovranità. E la spinta disgregatrice che viene da milioni di cittadini e di lavoratori scontenti che non hanno beneficiato del boom economico».

In che modo Pechino tenterà di evitare il peggio?

«Si continuerà nella repressione. La posta in gioco è talmente alta che la classe dirigente non ha scelta: non si può permettere che l’insubordinazione si concluda con successo, servendo da esempio per sollevazioni analoghe. Se i cinesi hanno imparato qualcosa da piazza Tienanmen è che le proteste e le sollevazioni indipendentiste sono un campanello d’allarme che indica un’insoddisfazione diffusa tra la popolazione. Questo spiega il perché di una repressione così brutale come quella che si è prodotta qualche giorno fa».

Era una scelta obbligata?

«Certo, tanto più che la situazione è sfuggita di mano: non avrei mai immaginato che i tibetani si sarebbero resi protagonisti di una lotta così decisa».

La cultura buddista è da sempre simbolo di non violenza. Come spiega gli incidenti?

«Su questo argomento sono state dette molte cose inesatte. I monaci non sono in alcun modo responsabili e hanno sempre manifestato pacificamente, a volte sacrificando la propria vita. Le violenze sono da ascrivere a una minoranza esasperata da sessant’anni di dominazione e di colonialismo. Elemento paradossale: le rivolte e i danni contro i coloni cinesi sono resi possibili dalla crisi della religione buddista (tradizionalmente pacifista) dovuta alla politica culturale di Pechino».

Quali scenari futuri?

«Innanzitutto, una repressione esemplare. Poi un passo indietro sulle aperture “democratiche” degli ultimi anni. Infine, correttivi alla politica economica che ha permesso il boom ma ha lasciato indietro molta parte della società».

I tibetani potrebbero servire da esempio di libertà e autodeterminazione?

«In un popolo sfruttato e ridotto in schiavitù, sì. Tanto più che la televisione ha offerto un’immagine del Tibet e dei monaci buddisti del tutto diversa da quella propagandata per decenni. Molti cinesi, specialmente nelle campagne, hanno cominciato a simpatizzare con loro e con le loro rivendicazioni. Potrebbe accadere che tanti cinesi si riconoscano in loro».

Nella crisi, quale peso hanno le Olimpiadi?

«I tibetani hanno fatto male i conti: l’attenzione dell’opinione pubblica e delle cancellerie occidentali, dovuta alla vicinanza dei giochi, non ha impedito la repressione. E questo ha dato il via libera al regime: le Olimpiadi di Pechino diventeranno una grande occasione per celebrare l’unità, la grandezza della Cina e per mettere da parte ogni divisione».

Le reazioni timide della comunità internazionale non hanno impedito la repressione. Gli Stati Uniti non hanno interesse in un indebolimento della Cina?

«Astrattamente sì, ma la posta in gioco è talmente alta e l’importanza strategica e geopolitica della Cina è tale che non sono permessi salti nel buio. Piuttosto, si tenterà un rimprovero delle Nazioni Unite a cose fatte».

Piazza Tienanmen portò ad aperture importanti. Anche queste proteste potrebbero costituire un’occasione per la democrazia?

«Il regime dovrà fare qualche concessione se non vuole rischiare di essere travolto da un’ondata contestataria di cittadini sempre più scontenti e disillusi dagli effetti del boom degli ultimi anni. Per sapere come e quando, però, occorrerà attendere».






0 Commenti



Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>