Simone Verde


15 marzo 2008
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Il laboratorio Roma

Intervista con Claudio Strinati

 
Claudio Strinati

«Sostenere la creazione e la ricerca». È l’invito di Claudio Strinati, soprintendente per il polo museale romano, storico dell’arte e curatore della mostra su Sebastiano del Piombo ospitata a Palazzo Venezia fino al 18 maggio. «La sbronza recente – sostiene – è positiva. Sono molti gli spazi espositivi e le mostre promosse negli ultimi anni. L’offerta è senza precedenti, ma ora deve trasformarsi in nuova cultura». Nel caso di Roma, ad esempio, l’aumento di pubblico alle ha toccato cifre da record, e soltanto nella rete civica, il numero dei visitatori è passato dagli 800mila del 2005 al milione e mezzo del 2007. «Si tratta di risultati importantissimi – afferma Strinati – ma ora si deve incentivare la produzione. Nella ricerca ma anche nell’arte contemporanea». In che modo? «Associando gli eventi con l’attività scientifica e organizzando maggiori attività didattiche e di comunicazione».

È quello che avete tentato di fare con la mostra di Sebastiano del Piombo?

«Si tratta di una delle poche mostre pensate anche per divulgare i risultati di anni di ricerca. Noi partiamo dalla convinzione, peraltro confermata da varie analisi sociologiche, che malgrado l’attuale perdita di interesse per gli studi umanistici, si registri una richiesta sempre maggiore di cultura e di occasioni di esperienza estetica. Una richiesta che a mio avviso va soddisfatta attraverso la moltiplicazione dell’offerta, ma anche incentivando un approccio razionale alle opere, unico mezzo per creare un pubblico motivato e affezionato capace di incidere sulla qualità delle proposte e di trasformare le conoscenze acquisite in nuova cultura».

Si tratta del ritorno a un modello più classico di quello in voga negli ultimi anni?

«Per molto tempo si è sostenuto che arte e cultura erano democratiche soltanto nel momento in cui coinvolgevano il più ampio numero di spettatori. E che a essere decisivo nelle scelte di politica culturale, dovesse essere il gusto del pubblico e non le inclinazioni elitarie dei soprintendenti. Ne è nata la stagione delle grandi mostre prive di lavoro scientifico alle spalle e concepite come puri eventi. Oggi quell’epoca sembra finita. E si va sempre più restituendo alle istituzioni il loro ruolo originale, quello di promuovere la ricerca e di divulgarne le conclusioni. Ma non si può fare come se nulla fosse successo: anche laddove organizziamo iniziative a conclusione di un lungo lavoro di storici dell’arte, cerchiamo di farlo rivolgendoci a ogni tipo di pubblico. Anche grazie ad allestimenti che stimolino tutte le nostre facoltà. Nel caso della mostra di Palazzo Venezia, anni di ricerche hanno permesso di restituire un ritratto fuori dagli schemi del rinascimento romano. Come ho cercato di dimostrare nel mio contributo in catalogo, il mito di una città ricca di fermenti e officina inesauribile delle arti non corrisponde al vero. Le personalità cui era permesso di lavorare erano ben poche e monopolizzavano la scena tra rivalità e gelosie, impedendo spesso che altri protagonisti potessero emergere. La relativa fortuna di Sebastiano si deve a questo. Vede, la storia dell’arte così come la conosciamo oggi è una disciplina relativamente recente, che ha poco più di un secolo e che si presta, quindi, a ripensamenti e riscritture. Proprio sulla Roma del Cinquecento sto immaginando nuove mostre che chiariscano altri aspetti e celebrino il talento di esponenti misconosciuti. A vantaggio degli studiosi ma anche del pubblico degli appassionati».

Il fatto che la politica sembra aver riscoperto il potere propagandistico dell’arte, non costituisce a volte un ostacolo?

«Può esserlo, soprattutto nel caso in cui si ricorre strumentalmente al nostro lavoro. Ma non bisogna dimenticare che oggi il pubblico ha opportunità impensabili in passato e dispone di una quantità di mostre e di spettacoli senza precedenti. È vero che nella sbornia degli ultimi anni, l’apertura continua di nuovi spazi o l’arrivo di nuove istituzioni è avvenuta spesso a discapito della pianificazione e di un’attribuzione razionale delle missioni. Ma è anche vero che questa cacofonia apparente è il risultato dei diversi orientamenti che coesistono all’interno del mondo dell’arte. Comunque sia, il problema è sempre lo stesso: coordinare troppo è male, così come coordinare troppo poco. Si deve trovare un non facile equilibrio».

Allo stesso tempo si avverte l’urgenza di politiche a sostegno della creatività.

«È la sfida da raccogliere oggi: fare in modo che la ricchezza dell’offerta si traduca anche in produzione artistica e culturale. Guardiamo agli anni Sessanta, in quel momento una città come Roma era una fucina delle arti. L’offerta era quasi inesistente, ma c’era un gran fermento. Oggi l’offerta è ricchissima, ma non esiste fervore creativo. È compito delle istituzioni fare in modo che la diffusione di cultura comporti anche la creatività. Che si crei finalmente un ciclo completo».

Ma per fare questo, non occorre innanzitutto maggiore comunicazione?

«Certo, si deve permettere al pubblico di essere informato e di coltivare se stesso. Soltanto in questo modo l’approccio a visioni del mondo diverse può diventare uno stimolo di riflessione e di rielaborazione culturale. Ripeto, è quanto abbiamo tentato di fare in questa mostra su Sebastiano del Piombo».






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