Simone Verde


5 marzo 2008
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Il futuro in bilico della Russia bifronte

Intervista con Jean Radvanyi, direttore dell'osservatorio segli stati post sovietici

 
Jean Radvanyi

«Un paese a due teste». Questa la sintesi di Jean Radvanyi, direttore dell’Osservatorio degli stati post-sovietici di Parigi. Secondo l’autore del fortunato saggio La nouvelle Russie, «la nuova leadership è il risultato della stratificazione sociale avvenuta negli ultimi anni». Da una parte Vladimir Putin, garante dell’apparato; dall’altra Dmitry Medvedev, rappresentante della «nuova borghesia internazionale degli affari». Due uomini che «avranno bisogno a lungo l’uno dell’altro per coniugare stabilità e progresso economico». Il futuro? «Gli scenari possibili sono due: o si investirà in industria bellica, rafforzando il sistema repressivo. O in innovazione e infrastrutture. Nel qual caso la Russia diventerà un nuovo gigante economico». Quanto al prevalere delle due prospettive, «dipenderà molto dalla competizione militare con gli Stati Uniti».

Il nuovo presidente incarna l’anima di una Russia profondamente mutata, oppure è l’ennesima risorsa dell’apparato?

«No, Medvedev è il risultato di un cambiamento antropologico che negli ultimi dieci anni ha investito il paese. Come è stato già ampiamente scritto, non si tratta di un uomo d’apparato né dei servizi, ma di un esperto prestato a grandi società e alla politica. In questo rappresenta la maggior parte dei nuovi leader che hanno viaggiato molto e studiato all’estero».

L’accordo con Putin è dovuto a reciproca necessità?

«Putin ha bisogno di Medvedev e Medvedev ha bisogno di Putin. Negli ultimi anni il vecchio regime ha attraversato una profonda crisi dovuta alla disgregazione sociale. Nuovi investimenti sono stati fatti nel sociale ed è stato allargato il numero dei beneficiari della crescita economica per rafforzare il consenso. Campione di questa apertura è stato proprio Medvedev, che ora Putin ha voluto come presidente e che si è presentato agli elettori come uomo del rinnovamento e di una futura democrazia. Bisogna stare attenti, però, perché il nuovo capo dello stato non potrà fare a meno del sostegno dell’apparato militare, pena la disintegrazione del paese. Le riforme, se ci saranno, non potranno avvenire senza la mano forte della vecchia guardia. Il che spiega l’origine e la natura dell’accordo tra i due uomini politici».

Le differenze tra i due porteranno prima o poi al conflitto?

«La strada da fare è molto lunga e i due avranno bisogno l’uno dell’altro per un bel po’. Detto questo, dobbiamo ancora capire di quale carisma politico disponga Medvedev. Se saprà o vorrà tenere testa a Putin. Sono interrogativi che continueranno ad assillarci per qualche tempo senza poter dare una vera risposta».

Esiste il problema di un paese che, pur crescendo grazie alle proprie risorse naturali, non ha investito in innovazione tecnologica e infrastrutture.

«Più che sul carisma personale dei leader, è proprio su questo tema che si giocherà la partita. Per costruire la Russia del futuro si dovrà scegliere. O si reinvestiranno i proventi di gas e petrolio in industria bellica – come Putin ha fatto sin qui – oppure si impiegheranno per modernizzare il sistema economico del paese, dotandolo di un’industria analoga e competitiva a quella statunitense ed europea. Il futuro dipende da quale di queste due strategie prevarrà. Molto dipenderà dal contesto internazionale: se gli Stati Uniti continueranno a far fronte alla propria perdita di importanza geopolitica ricorrendo alle armi, è chiaro che la Russia difficilmente potrà non raccogliere la sfida. Se invece un’Europa forte stringerà accordi di collaborazione commerciale e tecnologica con Medvedev e se la politica americana cambierà rotta, è possibile che nasca un nuovo gigante economico a Est».

Cosa cambierà in Cecenia e nella politica contro le pressioni centrifughe?

«Anche qui lo stesso dilemma. In Cecenia, è in corso una ricostruzione economica e civile impressionante. Una ricostruzione che avviene sotto il controllo dell’esercito in uno scontro continuo, per quanto taciuto dal regime, con gli insorti. Anche qui, dicevo, si possono scegliere due strade: la militarizzazione a oltranza o un benessere diffuso che, con nuovi ceti medi, porti sostegno politico e la fine di antichi privilegi di apparato. Per sapere come andrà a finire, non resta che aspettare».

Come giudica l’atteggiamento recente degli Stati Uniti?

«Contraddittoria come al solito. Da un lato stringono accordi con il regime. Poi lo accusano di essere antidemocratico, per tenerlo sulle spine. Piccolo dettaglio, la Russia resta una delle potenze militari più importanti del pianeta e ha una crescita economica che sfiora l’8 per cento. Stesso ragionamento si può fare per gli europei: non si può fingere che questo paese non esista. Tanto più che molto di quanto accadrà, dipende proprio da loro: da quanto sapranno incoraggiare il processo democratico in corso».






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