Simone Verde


20 febbraio 2008
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Noi europei, capaci del meglio e del peggio

Intervista con Marek Halter

 
Marek Halter

«Contro il male che alberga dentro di noi». Questa la battaglia intellettuale di Marek Halter confluita nel suo ultimo libro, La mia ira (Spirali, 20 euro), dialogo con un vecchio ebreo religioso sulla natura dell’uomo e sul tempo presente. Un dialogo nutrito dalla cultura cosmopolita dello scrittore e dalla sua vita rocambolesca: salvo per un pelo dalle retate naziste nel ghetto di Varsavia, fuggiasco in Unione Sovietica e stabilmente a Parigi dagli anni Cinquanta. In Halter colpisce il piglio combattente tipico di un uomo che, avendo visto in faccia la morte, non si tira indietro davanti alle sfide consegnate dalla cronaca o dalla storia. Ultima in data, il boicottaggio del salone del libro di Torino, il cui ospite d’onore sarà quest’anno Israele. «Una perfetta idiozia antisemita – tuona – la cultura scritta è da sempre la patria degli ebrei, popolo senza terra. Dare fuoco ai libri o censurarli equivale, perciò, a non rispettare il diritto di quel popolo a esistere».

Lei che ha conosciuto stalinismo e nazismo, come spiega quest’Europa divisa tra civiltà e barbarie?

«Dal dopoguerra, sono stati molti i filosofi e gli intellettuali che hanno tentato di rispondere a questa domanda. Alcuni esponenti della scuola di Francoforte sono arrivati alla conclusione che i semi dell’odio e della barbarie erano già presenti nell’illuminismo, nella più alta costruzione razionale dell’Europa moderna. Non sono d’accordo. A mio parere, le tragedie della storia europea ci ripetono una verità nota da sempre, e cioè che la fragile condizione dell’uomo ne fa una creatura capace del meglio come del peggio. E che non c’è nulla che possa proteggerlo dal male che alberga nel profondo della sua natura. Non ci riesce il sapere e neanche Dio».

Un’antropologia critica che comporta rassegnazione?

«Nessuna rassegnazione, ma una lotta senza fine contro il lato oscuro che abita ciascuno di noi. Cosa possiamo fare per proteggerci dalla nostra natura? Difficile da dirsi. Dopo gli orrori dei campi, gli ebrei hanno fatto ricorso alla memoria: ricordare, per non dimenticare ciò di cui siamo capaci. A sessant’anni di distanza, però, dobbiamo constatare che la memoria non ha impedito altri genocidi, quello dei tutsi in Sudan o i massacri compiuti dai khmer rossi in Cambogia.
Forse ricordare non basta e si devono tentare nuove strade».

La proposta tanto discussa di Nicolas Sarkozy, che ogni scuola adotti un bambino vittima della Shoah è un altro tentativo?

«Ho parlato con Sarkozy qualche giorno prima che formalizzasse questa proposta e l’ho trovata buona. Vede, il nostro problema, la nostra tragedia di esseri umani, è che gli avvenimenti che si consumano nello spazio di una vita, nel lungo cammino della storia non sono più niente. Cosa si saprà della Shoah tra qualche centinaio di anni? Una o due righe in un manuale di storia. Di fronte a questo potere polverizzante del tempo, l’idea di Sarkozy mi sembra un buon metodo per uscire dalle astrazioni, nel tentativo di far provare a ciascuno parte dell’immenso dolore subito da altri».

Un modo di sottolineare il valore universale della Shoah?

«Di far ripercorrere emotivamente l’annichilimento assoluto di quella tragedia. Annichilimento compiuto dal massimo della tecnica, e quindi dal massimo della capacità intellettiva dell’uomo. E perseguito dal più grande disegno totalitario mai concepito. In Italia sono ancora vive le polemiche in vista del salone del libro di Torino».

Si tratta di una nuova vampata di antisemitismo?

«C’è antisemitismo quando viene negato il diritto degli ebrei di esistere. In passato ciò è avvenuto con l’eliminazione fisica.
Oggi avviene in maniera più sottile, cercando di bandire i segni della loro esistenza. Gli ebrei, popolo senza terra, hanno costruito da sempre la propria patria spirituale nella cultura scritta. Ed è per questa ragione che ogni volta che li si vuole attaccare si cominciano a bruciare i loro libri. Davanti al famoso rogo nazista del 10 maggio 1933 Freud fece una premonizione: «Bruceranno anche noi». E così fu. Naturalmente la situazione di oggi è ben diversa, ma l’attacco è particolarmente odioso proprio perché avviene ancora una volta contro il simbolo più rappresentativo di quel popolo.
Mettendo in pericolo la libera espressione di scrittori e intellettuali schierati, per altro, quasi sempre dalla parte dei palestinesi».

Alcuni contestano l’opportunità di evocare la Shoah davanti a fenomeni di antisemitismo ordinario. Cosa risponde?

«Parlare troppo di antisemitismo è pericoloso, ma lo è anche parlarne troppo poco. Bisognerebbe trovare il giusto equilibrio, ma in che modo? Dal mio punto di vista è meglio rischiare qualche esagerazione che essere negligenti. Il nemico che è in noi è talmente insidioso che va affrontato non appena rialza la testa. Ciò detto, nell’attuale confusione tra antisemitismo e antisionismo, il mondo ebraico ha una parte di responsabilità. È stato un errore stabilire un legame diretto tra la Shoah e la fondazione di Israele, con l’intenzione di legittimare per sempre l’esistenza dello stato ebraico. È stato un errore perché ha creato un falso storico, sradicando il sionismo dai movimenti nazionali dell’Ottocento europeo e fornendo un alibi all’antisemitismo».






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