Simone Verde


20 febbraio 2008
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Intellettuali in esilio, ebrei d’Europa

La vicenda tragica dell’intellighenzia ebraica in Francia e in Ungheria

 
Riccardo Calimani

È in libreria Ebrei eterni inquieti, intellettuali e scrittori del XX secolo in Francia e Ungheria (356 pagine, 19 euro), volume che, con Destini e avventure dell’intellettuale ebreo e Passione e tragedia, completa la trilogia di Riccardo Calimani sull’intellighenzia ebraica europea. Se le storie di uomini di stato, scrittori e filosofi di due paesi così lontani sono riunite in unico volume, lo si deve alle analoghe vicissitudini delle rispettive comunità: integrazione, ascesa ai vertici dello stato e partecipazione attiva all’avventura nazionale. E poi, tutto d’un tratto, il ritornare di discriminazione, persecuzione e antisemitismo. Una vicenda che evoca le radici universali dell’identità ebraica: «Un silenzio, un’assenza, un interrogativo, un mettersi in dubbio, una certezza astratta, pesante: quella di essere designato come ebreo […] e di essere vivo per caso o grazie all’esilio», come ha ben scritto Georges Perec, citato nel frontespizio del libro.

Ebrei eterni inquieti, intellettuali e scrittori del XX secolo in Francia e Ungheria, coverUn’identità, dunque, prodotta nell’allontanamento dalla Terra promessa. Universale, poiché proprio l’Esilio è la condizione biblica inflitta all’uomo dal giorno della cacciata dall’Eden. Da qui, suggerisce Calimani, la ricerca necessaria di una patria ideale che ha spinto gli intellettuali ebrei alla ricerca di una raffinata quanto perfetta repubblica delle lettere. Come testimonia la vicenda biografica di personaggi della levatura di Marcel Proust, György Lukács e Raymond Aron raccontata dal libro.
Ma pure di politici visionari come Léon Blum o Simone Weil; di filosofi e storici come Emile Durkheim e Marc Bloch che, anche quando in Francia e in Ungheria parteciparono attivamente alla vita della nazione, lo fecero nella speranza di vedere realizzata quella “repubblica” cui avevano rivolto tutti i propri sforzi.

Il nodo attorno a cui si svolge la vicenda storica dei rappresentanti migliori delle due comunità, suggerisce l’autore, sta tutto qui: nell’impossibile pragmatismo di persone alla ricerca di se stesse. Di individui che non hanno mai smesso di misurare la realtà con le proprie aspirazioni. E che sono rimasti, perciò, prima che cittadini, intellettuali. Intellettuali autentici, proprio poiché ebrei. Immediatamente riconoscibili, perciò – anche se integrati – al divampare della ferocia antisemita risvegliata da nazisti e fascisti.






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