Simone Verde


3 febbraio 2008
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Araki, non solo bondage

Alla calcografia di Roma

 
Araki, non solo bondage

«Fotografia è essere innamorati », sostiene Nobuyoshi Araki, uno dei più celebri fotografi contemporanei. In effetti il suo lavoro è un atto d’amore verso la vita, nell’istante aleatorio in cui sembra esibire senso e perfezione. E così alla Calcografia di Roma, in una retrospettiva sull’artista noto per i suoi bondage erotici (modelle legate secondo la tradizione giapponese del kinbaku-bi), si scopre un universo estetico ricco quanto lo sono le sezioni che compongono la mostra. Innanzitutto Ginza, fotografie scattate negli anni Settanta per le strade di Tokyo, ritratti di esistenze alle prese con la disarmante universalità dei problemi quotidiani. Poi flowers, fiori lussureggianti, nature morte che si direbbe vive, colte nel momento di massimo splendore. A seguire, Tokyo diary, oggetti, stanze, panorami, ritratti di personaggi illustri. E infine i bondage che tanto noto e facoltoso hanno reso il suo autore. In ogni foto, il gusto per la vita: maggiormente bella che ora c’è, ma dopo non c’è più.

In tanta varietà, perché di Araki si ricordano solo i bondage? Il voyeurismo del mercato, ovviamente. L’azzeccata miscela tra estetismo cromatico e scabrosità di un soggetto, che nelle intenzioni scabroso non è. Tanto più che l’autore, come prova il testo in catalogo, si presta al gioco, sapendo che ne trarrà profitto: «In questo momento – scrive – sono innamorato di Kaori, la mia musa. Negli ultimi giorni l’ho chiamata sesso, …oops, voglio dire spesso». E poiché sa che il lettore-acquirente con molti mezzi e poca cultura non andrà oltre, riserva tutta la sua profondità per la seconda parte del testo. Un monito all’amante d’arte contemporanea ad andare a fondo, a non lasciarsi raggirare da artisti, critici e galleristi, diventati sempre più mercanti. «Non rubare mai uno scatto senza guardare nel mirino – scrive Araki – Combatti non soltanto occhio a occhio, ma anche corpo a corpo. Alla fine questo è il senso della fotografia (…) guardando nel mirino puoi avere una visione più chiara del nemico e di te stesso. Ti stai facendo una radiografia». Poiché «tutta la fotografia è fotografia privata ». Un «ritratto dell’anima» attraverso il suo sguardo sul mondo, in immagini che esaltano la vita minacciata dalla morte. Proprio come nei bondage, dove l’avvenenza carnale della donna è fugace e letteralmente appesa a un filo.






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