Simone Verde


18 gennaio 2008
Twitter Facebook

«Il voto cubano sarà decisivo»

Intervista con Armando De Armas

 
Armando De Armas

«Gli emigrati cubani, come la maggior parte dei latinos, voteranno repubblicano». È chiara la dichiarazione di voto di Armando de Armas, intellettuale e scrittore cubano (la sua ultima fatica è apparsa in traduzione italiana, Miti dell’antiesilio, Spirali). Una dichiarazione di voto, questa, che fa emergere anche gli orientamenti di buona parte dei cittadini cattolici e di lingua spagnola, protagonisti di un vero e proprio cambiamento antropologico negli Stati Uniti. «Siamo tanti e pesiamo sempre di più – afferma de Armas – non si può più fare a meno di noi». Motivo delle simpatie per la destra: l’attaccamento ai valori della famiglia, meglio rappresentati dai repubblicani. E, nel caso dei cubani, la fuga da uno degli ultimi regimi socialisti. «È normale che sia così», continua lo scrittore, «tanto più – rivela – che l’attuale amministrazione Usa sta preparando un piano per il dopo Castro che conferisce molto spazio agli esuli, gli unici ad avere esperienza della democrazia ».

Qual è la vita di un intellettuale cubano in esilio?

«È molto difficile prendere parte alla vita intellettuale. Siamo considerati opportunisti, persone emigrate per avere una vita migliore e che si fanno belle in comodi salotti, mentre il popolo soffre. Una buona fetta dell’intellighenzia, poi, ci considera traditori della causa socialista. Intellighenzia che continua a guardare a Fidel Castro e al suo regime come a un’epopea letteraria, dimenticando che sull’isola c’è un popolo in carne e ossa che soffre. Molti esiliati vivono in una condizione paradossale, lontani dal proprio paese ma in un legame inscindibile con esso».

Perché non ci si riesce a liberare di una patria da cui si è fuggiti?

«Perché l’esilio non è scelto, ma forzato. Permane una sofferenza per le amicizie e gli affetti che si sono dovuti troncare. Una rabbia, anche, per l’ingiustizia che si è subita e verso la quale si chiedono chiarimenti e riparazioni. Tanto più quando da intellettuali e scrittori, si è legati indissolubilmente alla lingua su cui si lavora ogni giorno. Si avvicinano le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Il voto degli ispanici è sempre più importante».

Come si comporteranno gli esuli cubani?

«Ci sono state diverse ondate migratorie che hanno espresso sensibilità politiche diverse. È certo, però, che la maggior parte dei latinos è oggi vicina ai repubblicani per ragioni etiche, morali e quindi politiche. Quanto ai cubani, attualmente oltre un milione e mezzo, sono ancora più fermi nella propria vicinanza al partito repubblicano, visto che fuggono da un regime socialista. Può star sicuro che faranno pesare il proprio voto, come successo negli ultimi anni. Molti di essi sono già diventati sindaci, amministratori e uomini pubblici, tra cui si annoverano quattro deputati e due senatori. Il sindaco di Miami, città dove rappresentiamo una larga fetta della popolazione, è americano ma di origine cubana».

In che modo farete pesare i vostri voti?

«Come è già successo nelle due precedenti consultazioni elettorali: è possibile che saremo determinanti. Ricorderà di certo che il nostro voto in Florida fu decisivo per l’elezione di Bush».

Questa volta su quale candidato confluiranno i vostri voti?

«Posso soltanto dirle che sono in corso contrattazioni con i maggiori candidati per vedere chi offrirà di più. Alla fine sosterremo l’interlocutore più sensibile ai nostri problemi. Con molta probabilità, un repubblicano».

Gli intellettuali di area liberal, quindi, hanno ragione ad accusarvi di essere pregiudizialmente schierati a destra?

«Hanno ragione? Non so. Dicono piuttosto un’ovvietà. Noi votiamo repubblicano perché siamo anticastristi e non pregiudizialmente di destra o fascisti. Votiamo repubblicano perché, finché da noi ci sarà la dittatura e finché i repubblicani continueranno a essere più determinati contro di essa, non cesserà il nostro orientamento politico. Tutto qui. Non si tratta di scelte ideologiche, quanto di opportunità strategiche».

Questo significa che esiste un rapporto più che stretto tra voi e l’attuale amministrazione americana? Che è in corso una pianificazione per il dopo Castro?

«Certo, con l’amministrazione Bush siamo in contatto da tempo per decidere assieme sul da farsi. Su come gestire l’uscita dalla dittatura. Anche perché noi emigrati abbiamo un’esperienza della democrazia che sull’isola nessuno ha. Sappiamo cosa significa eleggere ed essere eletti».

Avete dunque già una lista di eventuali dirigenti politici del paese?

«Abbiamo qualche idea su chi appoggiare se ci saranno in futuro libere elezioni. Ma non si aspetti che le faccia nomi».






0 Commenti



Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>