Simone Verde


2 gennaio 2008
Twitter Facebook

Una storia senza fine

Intervista con il politologo John Harper

 
John Harper

«La storia non avrà mai fine». Questa la conclusione del professor John Harper a diciannove anni dalla caduta del muro di Berlino. Una risposta ragionata allo storico Francis Fukuyama che in un celebre libro scritto nel 1992 aveva dedotto dalla fine dell’Unione Sovietica il trionfo del liberismo economico e della democrazia occidentale. Ne sarebbero seguiti due decenni di guerre, recessioni e conflitti che avrebbero dimostrato vana ogni illusione nella «fine della storia», e nella conclusione definitiva del lungo processo di emancipazione dell’uomo.
«Quell’idea – sostiene il professore di studi europei alla Johns Hopkins University di Bologna – è oggi del tutto tramontata e sconfessata dai fatti. Quanto alla democrazia, ha dimostrato di essere un sistema fragile, non applicabile come se fosse una ricetta e legata in maniera indistricabile a fenomeni sociali ed economici spesso contraddittori».

L’idea di un’imminente fine della storia, tuttavia, sembra alimentare ancora oggi la dottrina Bush.

«È vero, l’illusione che la democrazia occidentale sia un sistema in rapida e inesorabile espansione ispira tutta la politica estera dell’amministrazione Usa. Un’illusione, però, che si è rivelata fallimentare dopo la guerra in Iraq. I più lungimiranti lo hanno avvertito subito, nel momento in cui l’esportazione del parlamentarismo ha risvegliato vecchi conflitti etnici e antichi fantasmi».

Non è una situazione che va ripetendosi ovunque nel mondo? In Kenya, in Pakistan o in Palestina ad esempio? Terre in cui la prassi democratica si confonde con dinamiche etniche, claniche e lobbystiche?

«Bisogna distinguere tra tutti questi casi. Per quanto riguarda il Kenya, si tratta ancora oggi del risultato di divisioni geografiche volute dagli ex colonialisti, in cui la democrazia è stata applicata come una ricetta fatta a tavolino. Un modello elaborato in società del tutto diverse e che, esportato in contesti inadeguati, ha finito per disarticolare e destabilizzare sistemi già molto fragili».

In Pakistan, la nomina del figlio diciannovenne di Benazir Bhutto, più che rappresentare una speranza per il futuro, non è il prodotto di una società chiusa alla democrazia?

«I clan non sono necessariamente un ostacolo. In Occidente alcuni gruppi di potere sono riusciti a saldare attorno a sé blocchi sociali, dando vita a istituzioni e partiti che hanno contribuito alla diffusione della democrazia. Pensi ai Kennedy. Oppure agli Stati Uniti di oggi: l’attuale presidente è figlio di un altro presidente e uno dei favoriti è moglie di un ex capo dello stato. Il punto, è un altro: la famiglia Bhutto non è capace di garantire quella stabilità necessaria al benessere del paese e al diffondersi di tolleranza e libertà. Condizioni, però, che neanche l’esercito sembra più in misura di assicurare. Il presidente Pervez Musharraf, infatti, è sempre meno amato dalla popolazione e non riesce a contrastare come si deve le milizie di al Qaeda attive nel nord del paese. Da qui l’iniziativa Usa che, con il ritorno della Bhutto, hanno cercato di comporre regime e apertura democratica, incoraggiando l’inizio di una fase di transizione».

Ma se si diffonde anche per iniziativa di gruppi di interesse, la democrazia non è il prodotto aleatorio di un sistema sociale più che la realizzazione ineluttabile di principi universali?

«La domanda è molto interessante e richiederebbe un approfondimento. È evidente che non basta stabilire l’universalità dei diritti dell’uomo per sancirne l’indiscusso rispetto. Ci vuole di più, ci vuole una convinzione e un’adesione a certi principi che avviene soltanto quando i cittadini sentono coincidere i propri interessi con quelli della collettività. In questo senso, sì, la democrazia è il prodotto di un sistema sociale ed economico, prima ancora che di convinzioni illuministe. Si tratta di una battaglia dell’uomo contro i propri istinti che non conoscerà mai fine».

Allora i marxisti avevano ragione a vedere nella democrazia il prodotto della società borghese e della cultura capitalista?

«Basta guardare a quanto è successo negli ultimi due secoli. La democrazia ha conosciuto un progresso lento e discontinuo. È stata dapprima un sistema oligarchico di cui beneficiava la parte maschile e più ricca della popolazione, in alcune aree limitatissime dell’Europa. Lentamente, e parallelamente al progresso industriale, si è diffusa in Europa e negli Stati Uniti. E ha conosciuto accelerazioni là dove il sistema economico lo permetteva: è successo negli Usa degli anni Cinquanta con il trionfo del fordismo che ha permesso l’innalzamento dei consumi e dei salari».

Questo significa che per diffondere democrazia si deve promuovere benessere e giustizia sociale?

«Innanzitutto si deve smettere di esportare all’estero modelli e ricette concepiti per le nostre società, che applicate altrove producono disastri. Ogni popolo, poi, deve conoscere e sperimentare autonomamente la propria strada. Se c’è qualcosa che l’Occidente deve e può fare per rendere la democrazia più appetibile, non sta nell’esportarla con le armi, ma nel perfezionare il proprio modello. E nel smettere di diffondere iniquità altrove, pur di mantenere intatto il proprio benessere. Detto questo, è indubbio: non esiste nessun automatismo tra democrazia e giustizia sociale, ma quest’ultima è il presupposto perché le idee di uguaglianza e libertà attecchiscano, producendo risultati concreti. Convinzione che dovrebbe ispirare l’attività delle istituzioni internazionali».






0 Commenti



Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>