Simone Verde


19 dicembre 2007
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New Jersey e moratoria, altri due colpi letali per il boia

Intervista con Robert Badinter

 
Robert Badinter

«Attendo con fiducia». È sereno Robert Badinter, a un giorno dal voto Onu sulla moratoria delle esecuzioni capitali nel mondo per il 2008 (l’assemblea generale si pronuncia oggi, ndr). In Italia per promuovere la raccolta di scritti Contro la pena di morte (Spirali), l’uomo che nel 1981 riuscì a spedire in soffitta tutte le ghigliottine di Francia ne approfitta per congratularsi con il governo italiano. «Gioisco nel sapere che la responsabilità di un eventuale successo andrebbe all’Italia, paese di Cesare Beccaria. E nel vedere che la campagna per una moratoria ha già ottenuto un primo risultato: l’abolizione della pena di morte nello stato Usa del New Jersey».

È il segno di mentalità che vanno cambiando?

«In qualche decennio gli stati abolizionisti sono passati da una trentina a oltre centotrenta. Un successo importante che dimostra tante cose. Primo, che uccidere i colpevoli di delitti particolarmente gravi è inutile e dannoso. Delegittima l’autorità statale e non produce risultati concreti. Le statistiche indicano che non c’è legame tra esecuzioni e efferatezza dei reati. Secondo, che è socialmente penalizzante. La condanna non dipende dall’oggettiva responsabilità dell’accusato ma dalla competenza dei giudici, dalla disposizione della corte e dal talento di avvocati e procuratori: chi non può permettersi un buon avvocato, ci rimette la vita. Si tratta di argomenti banali, me ne rendo conto, ma che lentamente si fanno strada, in modo ineluttabile».

La decisione del New Jersey è un risultato della campagna internazionale per la moratoria?

«Sono anni che gli abolizionisti statunitensi si battono nell’isolamento politico e nell’indifferenza dell’opinione pubblica. La campagna internazionale, invece, ha conferito loro l’autorità necessaria per farsi sentire e per aprire un vero e proprio dibattito che, dopo sessant’anni di stallo, ha incassato l’adesione di uno stato statunitense. Non è detto che in futuro non avvengano altre sorprese.A sollecitare l’opinione pubblica, infatti, ci sono i vari scandali emersi negli ultimi anni grazie a esami del Dna che hanno provato come alcuni dei condannati già uccisi, e non pochi, erano innocenti».

La battaglia negli Usa ha un alto valore simbolico. Ma oggi la frontiera dell’abolizionismo sembra essersi spostata in Cina e nel mondo islamico.

«In effetti è così. Specialmente nel mondo islamico, dove la battaglia è irta di difficoltà. È molto più semplice argomentare contro uno stato che uccide i propri cittadini che contro un dio che prescrive la pena di morte. Come si fa a convincere un credente che bisogna contraddire il dettato religioso? Però ci sono islamici che sostengono l’arbitrarietà delle interpretazioni del Corano cui viene ricondotta la pena di morte. È su di loro che dobbiamo fare affidamento nella nostra battaglia».

Affidarsi al mondo religioso non è una sconfitta dell’universalismo dei diritti umani?

«Capisco la sua obiezione, ma bisogna essere pragmatici. Quel che conta è riuscire a far passare i nostri principi. Poco importa il mezzo, quando in gioco sono vite umane. Se per esempio il Marocco abolisse la pena di morte, eventualità non remota, sarebbe una grande notizia per tutti. Consideri che i monarchi di quel paese sono discendenti di Maometto e depositari di una legittimità teologica capace di conferire nuovo respiro alla battaglia abolizionista nel mondo arabo e islamico. Aggiungo un altro argomento: i paesi come l’Iran incoraggiano la pena di morte non tanto in quanto teocrazie, ma in quanto regimi totalitari. E man mano che progrediranno verso la democrazia avranno maggiore rispetto per i propri cittadini».

Non crede che la lotta contro la pena di morte possa avere successo solo nel contesto di una battaglia per la democrazia?

«In termini teorici è così, ma ripeto, si deve essere pragmatici e ottenere un risultato alla volta. Per il momento ci siamo, visto che per la prima volta un organismo internazionale potrebbe pronunciarsi per l’abolizione. Ricordo, poi, che un principio come il rispetto della vita umana costituisce un passo verso l’accettazione di quei diritti che contraddistinguono il patrimonio illuminista e liberale affermato con la rivoluzione francese. Un passo che apre una breccia e ne rende possibili altri».






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