Simone Verde


14 dicembre 2007
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Accà se more comm’e mmosche

Intervista a Antonio C., pastore di Acerra

 
“Accà se more comm'e mmosche”

«Accà se more comm’e mmosche». Questa la sintesi di Antonio C. (nome di fantasia), pastore di Acerra. E in effetti, all’ingresso del suo pascolo ci si imbatte in un ammasso di animali morti. Tre pecore, ma anche due cani dal corpo straziato e ancora caldo, consumato da tumori fulminanti. «Mio fratello se n’è andato così – racconta – In poche settimane, stroncato da un cancro alla spina dorsale e da metastasi ovunque». La stessa forma che colpisce le pecore, dovuta a tassi elevatissimi di diossina nel sangue. Il fratello di Antonio ne aveva 255 picogrammi, a fronte dei 5 massimi tollerati dall’organismo. Tutta diossina che viene dalle centinaia di incendi di rifiuti e materiali tossici scatenati ogni giorno.

Il grande pascolo, così, oggi è vuoto. Pieno di mosche che svolazzano da una carogna all’altra. Poche le pecore superstiti alla mattanza. Centoventi, delle 2500 di una volta. Scomparse tutte in pochi mesi. Anche la metà delle sopravvissute seguirà la stessa sorte, visto che sono malate. Lo si vede a occhio nudo. Se le si insegue, corrono a stento, zoppicano. Sul dorso il vello cade penzoloni, come sollevato sulla carne che non c’è, e al cui posto si intravedono le ossa. «Aspetta qui», mi chiede Antonio. «Aspetta, ti porto un agnellino nato da poco». E sparisce tra i rari cespugli. Qualche momento e arriva con una bestia tremante tra le braccia. La mette a terra, ma non si regge in piedi. La solleva e quella punta le zampe. Si tiene dritta qualche istante e poi stramazza. La bestia non ha zoccoli, sono aperti come un libro, effetto «del corpo che si scioglie», come spiega il pastore. «Vedi che non dicevo bugie. Non è per fare pena – aggiunge - ma qui i cristiani muoiono nello stesso modo».
In fondo al pascolo, intanto, fervono i lavori per l’inceneritore. Proprio in fondo al campo. Un complesso che permetterà di bruciare i milioni di ecoballe accatastate ovunque in Campania, spargendo nei campi limitrofi polveri sottili che, secondo molti esperti, sfuggirebbero ai filtri. «Ti sembra normale – afferma Mario - che vengano a metterlo proprio qui, dove si muore ogni giorno?». La scelta, in effetti, è contraddittoria. Da un lato il giusto divieto di pascolo e di consumo di carni e latte di animali avvelenati. Dall’altro la produzione continua di verdura da cui derivano proprio i tumori che decimano i pascoli. Alla domanda scomoda di una giornalista, un ricercatore del Cnr qualche tempo fa aveva risposto: «Se lavate la verdura la diossina va via. Le pecore l’insalata non se la sanno lavare». Basta una sciacquatina, dunque? Apparentemente no. Secondo uno studio dell’Oms, alcuni tumori qui uccidono trenta volte più che nel resto d’Italia. Prova che gli esseri umani si ammalano anche se lavano l’insalata.

«Lo scriva, lo scriva – insiste Mario – che ogni volta che protestiamo ci scatenano addosso la polizia». Antonio, infatti, ha guai con la magistratura per aver portato il proprio gregge malato e sequestrato sotto la sede del comune di Acerra in segno di protesta. Pochi i concittadini scesi in piazza con lui. Eppure, di tumori e diossina ne hanno sentito parlare tutti. «Hanno paura di qualche ritorsione». «Camorra?», chiediamo. «Ma che camorra – risponde – la camorra fa del bene. E poi qui non c’è. Dove c’è, la gente lavora e non ha bisogno di arricchirsi con la monnezza. La colpa è della Politica».

Ad Antonio negli ultimi tempi sembra essere sfuggito qualcosa. L’intreccio che da oltre un quindicennio ha portato alla formazione di una nuova malavita organizzata. Più subdola che in passato, poiché investe ogni livello sociale, dalla bassa manovalanza all’alta borghesia, grazie ad illeciti estremamente redditizi. Droga, edilizia e immondizia. Un sistema che ha prodotto una legalità alternativa a quella dello stato, una militarizzazione del territorio senza precedenti e un vasto consenso sociale. «Il problema – spiega l’avvocato Gerardo Marotta, presidente dell’Istituto italiano di studi filosofici di Napoli – è che il nuovo sistema forma consenso». Come traspare anche dalle parole di Antonio, che pure è una vittima, la camorra è popolare poiché in assenza di stato e di assistenza pubblica garantisce protezione e dà lavoro. Lavoro e denaro per tutti. Anche nel ciclo dell’immondizia: agli autisti dei camion, ai contadini che mettono a disposizione i propri terreni, ai giovani che sfrecciano in motorino nella campagna per dare fuoco alle pire di rifiuti. Un sistema che funziona e produce consenso poiché, malgrado i rischi per la salute, permette un futuro a breve termine e garantisce sopravvivenza. «Hanno vinto», afferma sconsolato Marotta. «La nuova borghesia trionfa sulle macerie del proprio dominio. Palazzinari, mercanti di droga e di monnezza. Quanto a noi, ridotti a piccola borghesia intellettuale, non ci resta che sopravvivere».






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