Simone Verde


30 novembre 2007
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Vedova, oltre gli schemi dell’informale

Una mostra alla Gnam di Roma

 
Vedova, oltre gli schemi dell'informale

Dopo Venezia, anche Roma rende omaggio a Emilio Vedova e lo fa con una mostra ospitata fino al 6 gennaio alla Galleria nazionale d’arte moderna. Una retrospettiva che permette un bilancio dell’opera del pittore morto un anno fa e che ha il merito di riaprire il dibattito sull’Informale, termine assai discusso con cui viene indicata la produzione artistica del primo dopoguerra. Contributo al dibattito è il catalogo che, attraverso l’opera di Vedova, restituisce complessità alla ricerca di quegli anni, ricondotti forzosamente sotto un’etichetta unica scelta a posteriori dalla critica.

Nell’Informale, infatti, vennero schematicamente classificati autori molto diversi come Jean Fautrier, Pierre Soulages, Alberto Burri e lo stesso Vedova, il cui tratto in comune era il rifiuto di un’arte dominata da forme geometriche e colori primari con cui rendere visibile la struttura razionale della realtà; il rigetto – seguito alla tragica avventura dei fascismi europei – di un’arte che calasse sullo spettatore modelli di perfezione dai risvolti inevitabilmente ideologici. Ne nacquero opere costruite sull’esperienza personale, tele cariche di colore e di escrescenze cromatiche, che si opponevano esplicitamente al gusto analitico delle avanguardie. Un’estetica dell’informe che ci volle poco a definire Informale.

In questo rifiuto di un’arte impegnata e nella frammentazione dovuta all’avversione per i movimenti, la critica vide una sostanziale apoliticità. Un ripiegamento individuale di artisti presi dalla propria, talvolta tragica, esperienza di guerra. Gli Otages (ostaggi) di Fautrier vennero raccontati come aneddoti del periodo di prigionia vissuto dal pittore. Le ampie pennellate nere di Soulages, un riferimento al nero dipinto sui muri dell’ospedale in cui fu ricoverato. Operazione impossibile, però, con Emilio Vedova. Artista che come i contemporanei utilizzò la pittura per esprimere la propria vicenda personale, ma che allo stesso tempo fu anche partigiano e oppositore militante al fascismo.

E se la posizione del pittore italiano – argomentano i curatori della mostra – permettesse di gettare nuova luce sull’arte del primo dopoguerra? Se quella che è stata giudicata finora come un’estetica del ripiegamento individualista fosse invece carica di un messaggio civile e politico? Da questo dubbio nasce il tentativo di restituire complessità alla ricerca di quegli anni. E di interpretare l’esaltazione di parabole esistenziali come un mezzo per battersi a favore delle libertà individuali messe a repentaglio da tentazioni razionaliste.






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