Simone Verde


30 novembre 2007
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I due volti dell’arte contemporanea

Fabro e Wilson al Madre

 
I due volti dell'arte contemporanea

Fino all’8 dicembre al Madre di Napoli, due volti dell’arte contemporanea. In una retrospettiva dedicata a Luciano Fabro e una serie di installazioni video del celebre Bob Wilson. La cornice dell’evento, già da sola, vale il viaggio. Le sale ottocentesche adattate a museo dall’architetto portoghese Alvaro Siza, ora messe in valore dagli steli d’acciaio di Fabro. E il capolavoro del gotico partenopeo, la chiesa di Santa Maria Donna Regina vecchia, contigua al Madre e resuscitata a nuova vita dallo scenografo statunitense.

All’ultimo piano, l’omaggio all’artista italiano recentemente scomparso in cui si respira tutto l’ottimismo degli anni Sessanta (le opere esposte sotto la cura di Eduardo Cicelyn vanno fino al ’68). I dispositivi ruotano sempre attorno allo stesso concetto: la fiducia nella tecnica al servizio dell’uomo, praticata innanzitutto in opere prodotte industrialmente. Esili tubi metallici che pendono dall’alto, rendendo visibili le energie che regolano la costituzione dello spazio. Strutture che si piegano sotto la forza di gravità, rivelando il peso di corpi, muri e soffitti. Quella di Fabro è la migliore risposta italiana al minimalismo Usa secondo cui l’opera d’arte non è un oggetto, ma la capacità di elaborare spazi di vita che siano pienamente fruibili e, perciò, perfetti.

A qualche passo dal museo, sotto le volte di Donna Regina vecchia, trentasei video ripartiti sulla superficie della chiesa come in tante cappelle. In ognuna un tableau vivant, piccoli filmati quasi privi di azione i cui protagonisti sono star, personaggi del cinema e della cultura rappresentati in iconografie classiche o contemporanee. Vi si riconosce l’attore Peter Stormare nel famoso Accecamento di Sansone di Rembrandt. Carolina di Monaco nei panni di sua madre (Grace Kelly) nella Finestra sul Cortile di Hitchcook. Jonny Depp che fa il verso a Rose Sélavy, ritratto surrealista di Duchamp. Insomma, in una chiesa sconsacrata, un pantheon che fa da contraltare alla fiducia ottimistica nella ragione di Luciano Fabro. Una fotografia della seconda contemporaneità in cui, nel fallimento delle illusioni moderniste (che avrebbero dovuto portare benessere e ricchezza per tutti), si torna a coltivare l’immaginazione, inseguendo in icone talvolta di dubbio gusto, il sogno di una vita migliore.






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