Simone Verde


24 settembre 2007
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Un pubblico per leggere l’arte

La quarta edizione di Artelibro, Bologna

 
Un pubblico per leggere l'arte

Quest’anno alla quarta edizione, la fiera del libro d’arte di Bologna con i suoi oltre 30mila visitatori è ormai un appuntamento istituzionale. Ospitata fino a domenica in pieno centro, nello splendido Palazzo di Re Enzo, è accompagnata da dibattiti, conferenze e presentazioni di libri. A differenza dalla ricchezza e qualità degli eventi, tuttavia, il panorama editoriale che ne emerge non regala grandi sorprese. Gli italiani, tranne rare eccezioni, sono sempre gli stessi e la fetta più alta del mercato rimane dominata da Skira ed Electa. Permane la cronica assenza di edizioni economiche, il cui monopolio viene così lasciato a case editrici estere come Könemann, Phaidon o Taschen. Continua a stupire, però, la vitalità e il livello dell’editoria regionale. Case editrici dalle ambizioni nazionali che restituiscono il ritratto di un paese ricchissimo di fervori locali. Con il risultato di trovare fianco a fianco una splendida ristampa anastatica della Bibbia di Diodati e un testo rilegato in tela su Le famiglie nobili bolognesi. Oppure di vedere nello stesso scaffale un bel libro patinato sulle ville palladiane e una monografia dedicata al maggiore architetto contemporaneo di Valdagno, piccola cittadina del vicentino.

Tema più che giustificato di Artelibro 2007, così, è “Leggere l’arte: pubblico, autori, editori”. Ovvero, come uscire dalla storica frammentazione del nostro paese, generalizzare la diffusione dell’editoria d’arte e promuovere la nascita di un pubblico nazionale. Ad aprire la riflessione, una tavola rotonda coordinata dal critico Marco Vallora, dal titolo “Esperienza artistica come avventura cognitiva”. Un incontro, cioè, sulla diffusione dell’esperienza estetica quale evento formativo. E sulla necessaria rimozione delle barriere sociali e culturali che ne sono impedimento. Prima tra tutte, il linguaggio dei mezzi di informazione di massa che, procedendo per immagini, semplifica il reale e ne riduce la varietà a un unico senso: la vista. Da qui l’esigenza di promuovere il contatto diretto con le opere, quale strumento di divulgazione e di riscoprire la complessità sensibile delle cose. Obiettivo prioritario e legittimo, ma forse insufficiente. Poiché – come ripetuto più volte nel convegno – urgono politiche nazionali che canalizzino le energie esistenti, diffondano culture diverse da quelle del mercato e permettano la nascita di un pubblico consapevole.






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