Simone Verde


11 settembre 2007
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Un museo per l’art brut?

Una mostra di Robert Combas inaugura il palazzo dell'Abbondanza di Massa Marittima

 
Un museo per l'art brut?

Dopo anni di inattività e di separazione tra politica e cultura, è ormai un decennio che gli amministratori del nostro paese hanno capito quali benefici, lustro e consenso, venga loro dal promuovere biblioteche e musei. Da cui una pletora di nuove istituzioni aperte su tutto il territorio nazionale. Ultimo all’appello, il palazzo dell’Abbondanza, antico granaio duecentesco di Massa Marittima, trasformato in centro esposizioni e inaugurato da una mostra di Robert Combas, artista poco noto al pubblico italiano, le cui opere hanno costituito uno dei più cospicui contributi della Francia all’arte degli anni Ottanta. A un’estetica che, rifiutando l’algido razionalismo del ventennio precedente, tornava a riscoprire la potenza dell’irrazionale, le proprietà emotive del colore, la pittura.

È in questi anni, infatti, che in reazione alla scomparsa dell’oggetto opera d’arte – sostituito da happening e performance il cui valore non era più commerciale, ma politico – la transavanguardia italiana, i neoselvaggi tedeschi, ma anche pittori francesi come Combas, tornavano alla mitologia o al folklore per riscoprire, dietro l’apparente modernità industriale, la radice antropologica del mondo contemporaneo. Nasceva così il gusto per i grandi graffiti urbani che avrebbe portato alla notorietà Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. Ma anche Combas, pur se in misura minore, con le opere esposte fino al 4 novembre a Massa Marittima. Un miscuglio di colori, figure oniriche e fantasmi folcloristici di varia natura, ritratto di una modernità animata da desideri primordiali e da antiche aspirazioni.

La retrospettiva è un’occasione rara per ammirare l’opera di un artista classificato a metà tra pop art e art brut. Estetica, quest’ultima, ignota al grande pubblico italiano, poiché raramente rappresentata in mostre e musei. Vale la pena ricordare, allora, che il fondatore dell’art Brut fu Jean Dubuffet, come reazione alle avanguardie storiche, secondo lui coinvolte nel disegno razionalista dei fascismi europei. Da cui opere materiche in cui dare sfogo all’irrazionalità o lasciare esprimere l’inconscio. E la raccolta, in un grande museo di Losanna, dei principali esponenti del movimento, ma anche di manufatti di umili cittadini o di persone internate in manicomi. Un approccio che negli anni Ottanta avrebbe attratto artisti come Combas e dato origine a collezioni – diversamente ispirate a quella di Losanna – in tutt’Europa. Tranne che in Italia. Che, nella quantità dei nuovi musei che si vanno aprendo (e che spesso si somigliano molto), potrebbe diversificare l’offerta al suo pubblico e dare finalmente il proprio contributo.






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