Simone Verde


6 settembre 2007
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Quando l’arte è sacra

Estetica e religione nell’Occidente secolarizzato

 
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«La religione serve ad affrontare pacatamente la morte», ha scritto Yang Zhenzhong, artista cinese invitato quest’anno alla Biennale di Venezia. Ma chi aiuta noi, cittadini di società secolarizzate ad accettare la fine della vita? In che modo vengono interpretate esigenze antropologiche insopprimibili, in passato soddisfatte nella fede? A tentare una risposta, il teologo Piero Coda e il filosofo Massimo Donà, moderati da Valerio Dehò, critico d’arte, in un dibattito che avrà luogo venerdì 7 settembre a Venezia, Palazzo Papafava, in chiusura della mostra New Religion di Damien Hirst.
La tesi su cui insistono le opere dell’artista britannico è semplice: scomparsa la fede, i cittadini dell’Europa laica si sono rivolti alla scienza e alla medicina in cerca di Salvezza. Una salvezza non più escatologica ma terrena, fatta di utopie salutiste, superamento biologico della morte, promesse di una vita eterna e perfetta. Da cui la sintesi tra iconografia cristiana e medica investigata da Hirst. Come il marchio di una celebre casa farmaceutica tedesca, la Bayer, ripetuto in croce su ogni pasticca e l’estetica di pillole sottili e bianche come ostie. Hirst ha certamente ragione, la medicina è una delle new religion delle nostre società secolarizzate. Ma non la sola.
A interpretare sogni e frustrazioni dell’uomo in passato soddisfatte dalla religione, infatti, ci pensa anche l’arte. La quale, malgrado lo sviluppo vorticoso di avanguardie e movimenti modernisti – che nel secolo scorso hanno messo l’accento sulle facoltà razionali dell’uomo, profetizzando la fine di religione e spiritualità – ha evocato anche le classiche, fondamentali, domande: “Qual è il senso della vita?”, “Come affrontare la morte?”. Grazie a personaggi inclassificabili su cui esiste una nutritissima bibliografia ma che spesso sono trattati a margine di profili storici e manuali. Come nel caso di Lucio Fontana, Richard Serra, Mark Rothko, Bill Viola o Alberto Burri. Tutti artisti che, pur nell’inadeguatezza della critica militante, incontrano da sempre una popolarità spontanea e indiscussa presso il grande pubblico, proprio per la loro capacità a toccare temi e sensibilità universali. Popolarità su cui, negli ultimi e nei prossimi mesi, sembra aver puntato anche una serie di grandi mostre internazionali.
Prima fra tutte, la retrospettiva Rothko che aprirà il 4 ottobre a Roma e con cui verrà riconsegnato alla capitale, dopo anni di chiusura, il Palazzo delle Esposizioni. La retrospettiva offrirà al pubblico italiano oltre cento lavori, tra cui le grandi tele costruite con finissimi strati di colore sovrapposti che, creando l’illusione di uno spazio aperto oltre la tela, immergono lo spettatore in uno stato meditativo. L’8 settembre, poi, si aprirà a Parma una mostra su Alberto Burri, ospitata dalla Magnani Rocca. Un successo preannunciato per un artista il cui lavoro di combustione, riutilizzazione e degradazione della materia è animato dalla volontà di rendere percepibile l’incombenza della morte.
Il 6 settembre, invece, il castello San Giorgio di Mantova si aprirà al contemporaneo con una mostra sulla scultura di Lucio Fontana, artista capitale del dopoguerra, anch’egli inclassificabile e di cui una recente retrospettiva al Guggenheim di Venezia investigava i rapporti con lo spiritualismo mistico dell’arte barocca. A riprova che, dietro l’incasellamento in correnti e avanguardie, i temi e gli ambiti di ricerca del contemporaneo sono molto più complessi e riguardano settori liquidati spesso come anti-moderni. Una realtà di cui la critica comincia lentamente a prendere coscienza, come dimostrato dalla recente mostra di Yves Klein al Centre Pompidou di Parigi, in cui si insisteva sull’origine storico-estetica e non solo concettuale, del celebre Blu Klein, declinazione contemporanea del manto blu della Vergine nella pittura del Due e del Trecento italiano.
Anche di Richard Serra, scultore catalogato da sempre come minimalista, abbiamo appreso di recente l’interesse per l’architettura sacra del Seicento e il suo amore per Francesco Borromini. Serra la cui retrospettiva – al Mo- Ma di New York fino al 10 settembre – è stata un vero successo di critica e di pubblico. In pochi ricordano, però, che alla fine degli anni Settanta una delle sculture curvilinee ora esposte nella mostra provocò barricate e petizioni degli abitanti del quartiere in cui era installata. Una vera e propria rivolta di cittadini che, passando più volte al giorno in prossimità dell’opera, erano disturbati dall’inclinazione delle lastre di ferro che sembravano poter cadere da un momento all’altro. La scultura fu rimossa, ma Serra aveva ottenuto comunque il suo scopo: era riuscito a rendere visibili e percepibili le energie che regolano la realtà. Era riuscito a suscitare un senso di precarietà a passanti che sembravano aver rimosso la propria condizione di esseri umani.

(Nella foto, New religion di Damien Hirst)






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