Simone Verde


1 settembre 2007
Twitter Facebook

Per la Francia, non per Sarkozy

Intervista con Jacques Attali

 
Jacques Attali

«Il nostro interlocutore non è il governo, ma la società». Jacques Attali rivendica con piglio l’indipendenza necessaria al suo ruolo di investigatore e di riformatore dell’economia francese. E alla domanda se non tema di essere strumentalizzato da Nicolas Sarkozy, risponde: «Fino a ora ho agito in totale indipendenza. Per il resto faremo di tutto per non cadere in trappola». Difesa a spada tratta dal suo presidente, la commissione per liberare la crescita economica francese è stata accolta da un coro di critiche, ma ha il pregio di avere aperto, per l’indubbia originalità della sua composizione, un ampio dibattito sul ruolo e lo status di economisti e accademici nell’amministrazione dello stato. Unico ripensamento di Attali: il nome. «È vero – concede a Europa – liberazione della crescita suona un po’ liberista. Avrei dovuto scegliere liberazione delle crescite. Non solo economia, ma anche crescita sociale, culturale ed ecologica».

Come concepisce la missione che le è stata assegnata?

«La finalità della commissione è molto semplice: permettere alla Francia di rimuovere gli ostacoli allo sviluppo che ne fanno un paese sostanzialmente fermo e riuscire a raggiungere il livello di crescita mondiale che al momento si attesta intorno al cinque per cento».

Cosa pensa delle polemiche sulla sua composizione? Alle critiche che le vengono mosse per aver scelto pochi economisti?

«Le trovo francamente pretestuose e stucchevoli. L’economia non è l’unica disciplina utile a comprendere certi funzionamenti della società e degli esseri umani. Esistono molteplici aspetti che, nel momento in cui si studiano le dinamiche dello sviluppo, devono essere presi in conto. Alcuni giornali, poi, hanno dato particolare prova di superficialità, parlando di cinque economisti, quando questi sono almeno sette. Si erano scordati, tra l’altro, di Mario Monti. Si rende conto?»

Le polemiche, tuttavia, erano già state avviate da un suo articolo sull’Express, in cui accusava gli economisti di ciarlataneria.

«In quell’editoriale avevo colto l’occasione per dare il mio ultimo saluto a Raymond Barre, uomo politico ed ex primo ministro gollista scomparso qualche giorno fa. Quanto alla frecciatina contro gli economisti, non ero motivato da nessuna velleità polemica. Ripetevo cose da me già dette moltissime volte, e cioè che gli economisti non sono tutto. E che si sbaglia ad attribuirgli uno status di esperti, saggi e cultori in cui si crogiolano volentieri».

Il suo è un riferimento alla diatriba classica se l’economia debba essere considerata o meno una scienza positiva?

«Ripeto, il passaggio del mio ragionamento era anodino. Non c’era nessuna volontà di sollevare polemiche o di riaprire antichi dibattiti, per quanto questi siano ancora oggi d’attulità. Resta il fatto, comunque, che, delle ragioni che impediscono alla Francia di rilanciare la propria economia, molte sono di ordine culturale e psicologico. Vede, io ho cominciato la mia carriera di economista con un approccio matematico alla disciplina. Poi, assai presto, mi sono reso conto che i fattori che devono essere presi in conto sono di varia natura. Sociali, psicologici, culturali. Ed è per questo che ho cominciato a interessarmi alla storia, come mostrano molti dei libri che ho scritto in seguito. Analogamente, se – come propone il titolo della commissione – si vuole dare nuovo ossigeno all’economia francese, dobbiamo capire perché i nostri cittadini non sembrano motivati a intraprendere. L’ho già detto e lo ripeto: qui si avverte una depressione diffusa. Uno stato d’animo che impedisce a molti di guardare confiducia al futuro. Dobbiamo capire come fare per avere una società più ottimista».

Nel titolo della commissione ricorre un altro termine discusso: crescita. Quale crescita nel momento in cui stiamo prendendo coscienza della limitatezza delle risorse del pianeta e in cui il riscaldamento climatico sembra squalificare l’attuale corsa produttiva?

«Su questo argomento ho scritto un articolo nel lontano 1974. Credo di essere stato il primo a sollevare il problema dell’aporia del concetto di sviluppo. Nel frattempo, molta acqua è passata sotto i ponti e queste considerazioni sono diventate perfino banali. Ma in parte lei ha ragione. Il nome della commissione è scorretto. Me ne hanno proposti vari, e quello che ho scelto mi sembrava il meno peggio. Sbagliavo. Per essere corretti, avremmo dovuto chiamarla Commissione per rimuovere i limiti alle crescite. Perché, se la crescita economica non si esaurisce in quella industriale, essa è anche crescita culturale, sociale, eccetera. Quanto al produrre, poi, esso non significa necessariamente distruggere o dilapidare. Esiste anche una crescita verde. Una crescita dovuta a economie che assecondano e non contraddicono l’equilibrio ecologico del pianeta».

Resta tuttavia l’idea che la crescita economica sia una questione di liberare energie già disponibili. Non c’è alla base di questo ragionamento, un’antropologia liberista in cui gli individui, liberati da ogni ostacolo, si realizzerebbero, producendo?

«Non per forza. Capisco il suo ragionamento, ma perché fosse valido, io dovrei pensare che, per aumentare la produttività, si debba ridurre il ruolo dello stato. Cosa che non penso affatto. Anzi. Keynesianamente, io sono convinto proprio del contrario. Che, entro determinati limiti, lo stato sia uno degli attori decisivi per lo sviluppo, che la politica e le istituzioni possono fare molto per aiutare la produttività».

La sua, tuttavia è una commissione nazionale quando oggi le dinamiche dell’economia si estendono su scala mondiale.

«Certo, ed è anche per questo che ho deciso di invitare esperti dai cinque continenti. Una scelta oggetto di critiche inaccettabili da parte di un quotidiano francese che ha definito “cosmpolita” la commissione, insulto che ricorda tempi bui. Ma lasciamo stare. Tornando alla sua domanda, la nostra è una commissione nazionale, ma il suo interlocuotore non è il governo, è la società francese. Che è parte, intimamente connessa, del mondo globalizzato di oggi».

La commissione è stata presentata in un momento critico per l’economia e per le finanze dello stato. Non temete di essere strumentalizzati da Sarkozy?

«È un rischio reale. Ma che conviene correre. Nell’interesse del paese. Del resto sta a noi evitare di cadere in trappola.Personalmente ho fiducia perchè, come le ho detto, più che al governo noi parleremo innanzitutto alla società e al paese».






0 Commenti



Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>