Simone Verde


31 agosto 2007
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Per il Pil, più psicologi che economisti

La commissione Attali, crogiolo di personalità e di saperi

 
Attali

Chiamato dal presidente Nicolas Sarkozy a presiedere la Commissione per la liberazione della crescita economica francese, a un giorno dal suo insediamento, Jacques Attali aveva già cominciato a far discutere di sé. Quando, in un articolo pubblicato sull’Express e scritto in commemorazione di Raymond Barre, ex primo ministro gollista scomparso il 25 agosto, si è prodotto in un attacco durissimo agli economisti, personaggi «la cui reputazione è sulfurea e che ognuno di noi considera esperti, al massimo quanto lo sono i meteorologi o, peggio, i guaritori.

Economisti che, come diceva giustamente Kenneth Boulding, uno dei preti di questa chiesa che lasciò per interessarsi all’arte: “Domani sapranno spiegarvi perfettamente perché ciò che hanno previsto ieri, oggi non è successo”». E come se non bastasse, al momento di rendere nota la commissione, è arrivata l’ennesima sorpresa: degli oltre quaranta membri, pochissimi gli economisti. Molti, invece, gli intellettuali, i giornalisti, gli uomini politici. Tra cui l’ex ministro degli esteri spagnolo, la conservatrice Ana Palacio, l’ex ministro della funzione pubblica di Romano Prodi, Franco Bassanini, lo scrittore Theodore Zeldin, l’ex amministratore delegato di Nestlé, Peter Brabeck, qualche sindacalista e lo psichiatra Boris Cyrulnik. Tra i rari economisti, oltre a Mario Monti, ex commissario Ue alla concorrenza, il professore di Harvard Philippe Aghion e Christian de Boissieu, presidente del Consiglio di analisi economica.

I commenti ironici e le polemiche non si sono fatti attendere: «Attali economizza sugli economisti», titolava Libération. Secondo Olivier Bouba-Olga, professore a Science- Po, «il discorso di Attali è speculare a quello di Sarkozy, che assicura di non capire niente di teoria economica e secondo cui ci si dovrebbe ispirare a ciò che funziona: certo, se avete un problema alla macchina, andrete sicuramente da un meccanico, ma quando si tratta di economia qual è l’aiuto concreto degli economisti?». Secondo Anne Lavigne, questo approccio è «demagogico, populista e gronda di anti-intellettualismo. A sentirlo parlare – continua – Attali si aspetta che un economista faccia previsioni grazie a non so quale bacchetta magica. Mentre il nostro ruolo è piuttosto quello di fare analisi, ricerche e avanzare ipotesi».

«Nessuna provocazione», assicura dal canto suo Attali. E a chi gli chiede di spiegare il perché di un attacco così diretto alla professione, a ridosso del suo insediamento, risponde: «Non ci avevo neanche pensato. Ma sono sicuro che a voi giornalisti piacerà moltissimo far lievitare la pasta. Ho fatto il mio primo libro proprio su questo tema. Era trentacinque anni fa ed è uno di quei rari argomenti su cui non ho cambiato parere». Nella polemica da lui suscitata, in effetti, Attali sembra riprendere una diatriba antica contro l’Economia concepita come scienza positiva, capace di racchiudere in un modello, preferibilmente matematico, tutte le varianti di un sistema in cui si intersecano dinamiche sociali, psicologiche, antropologiche e politiche. Da qui la comunanza di vedute con il premio Nobel Edmund Phelps, secondo cui «il ritardo francese nella crescita economica è innanzitutto un affare culturale, di mentalità». E l’eterogeneità di una commissione di “esperti”, dei quali, paradossalmente, ben pochi sembrano essere esperti dell’oggetto d’analisi.

Una concezione, questa, che come sottolineava Olivier Bouba-Olga, sembra trovare pienamente d’accordo il presidente Sarkozy, il quale, davanti agli industriali francesi, ha presentato ieri il suo programma economico per il 2008. «Voglio restituire ai francesi il gusto di rischiare – ha affermato – il gusto di essere imprenditori. Voglio mettere l’imprenditore al centro del nostro progetto economico». E ancora, mostrando di condividere le opinioni del premio Nobel Edmund Phelps sull’origine «culturale» del ritardo francese e “l’antiintellettualismo” di Attali: «La crescita non si decreta, ma non cade neanche dal cielo. La crescita che ci manca la andrò a cercare, non all’esterno, ma dentro di noi stessi». Come? Attraverso una serie di misure destinate a istillare nuova fiducia e voglia di impresa ma anche a facilitare l’iniziativa economica.
Attraverso una sostanziale abolizione delle 35 ore che, imponendo a tutti i lavoratori un orario di lavoro limitato, ne deprimerebbe la spinta creativa; liberalizzando gli orari di apertura degli esercizi commerciali; semplificando l’amministrazione e riducendo gli sprechi; creando un sistema di inserzione dei disoccupati molto più efficiente dell’attuale e, ovviamente «applicando le misure proposte dalla commissione», quando questa avrà presentato, tra appena un mese, il risultato dei propri lavori.

L’insieme delle misure proposte, assieme all’attivismo del presidente tuttavia, non sembrano convincere la stragrande maggioranza dei francesi. In un sondaggio pubblicato ieri da Sofres/Figaro, infatti, ben due terzi dei cittadini si dicono molto scettici sulla capacità del governo di risolvere i problemi dell’economia ma soprattutto di contenere l’aumento dei prezzi. Prezzi in costante ascesa e su cui pesa un probabile aumento dell’iva, per finanziare il deficit del sistema sociale e mantenere le promesse elettorali. In questo contesto, le dichiarazioni di Sarkozy, le polemiche sulla commissione e la richiesta di consegnare risultati entro trenta giorni, vengono interpretate da alcuni come un’abile strategia mediatica per nascondere lo stato critico dell’economia e delle finanze. Poiché, come sostiene Marc Touati, presidente della Commissione per la conoscenza e il dinamismo delle economie, «il vero dramma francese è la strumentalizzazione dell’economia a fini politici ».






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