Simone Verde


30 agosto 2007
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Anche la destra è in crisi

Intervista con Michel Rocard

 
Michel Rocard

«Anche la destra sta scoprendo il fallimento dell’utopia liberista». Michel Rocard, ex primo ministro dell’era Mitterrand e padre dell’anima “liberale” del Partito socialista francese, parla da tempo «di crisi del capitalismo», e insiste con determinazione sulle nuove sfide da cogliere per la sinistra europea. «Finito il sogno di una arricchimento illimitato per tutti – afferma – è il momento del ritorno della politica». Al centro di polemiche per le sue recenti sortite polemiche sul Ps e dato ieri per presidente della “commissione per la rivalutazione del mestiere di insegnante” – nel novero, cioè, dei socialisti passati a destra – Rocard smentisce: «Sciocchezze». E sul Ps si corregge: «Il partito ha le risorse necessarie per uscire dalla crisi».

Eppure, lei viene accusato di collaborare con la destra.

«Ho visto che Le Monde mi dà presidente di commissione. Non è vero. Come lei saprà meglio di me, la stampa di oggi vive grazie alle polemiche che riesce a provocare. Talvolta anche fittiziamente. Come appunto in questo caso. Io non presiederò i lavori di nessuna commissione e non sarò neanche relatore. Sono semplicemente stato invitato a partecipare a un gruppo di studio in qualità di rappresentante dell’opposizione, come avviene da sempre. Di gruppi di lavoro e di ricerca, l’amministrazione francese è piena e vi partecipano tutti. È del tutto idiota fare confusione tra scontro politico e funzionamento ordinario della nostra democrazia»

Recentemente, lei ha denunciato una certa mancanza di idee all’interno del Partito socialista. Ne è ancora convinto?

«Non tanto di una mancanza di idee, ma della difficoltà ad aprire un vero e proprio dibattito su di esse. Questo dibattito è una necessità e una questione di sopravvivenza: non possiamo permetterci più di perdere tempo. Ragione per cui sono ottimista, vedrà che succederanno cose interessanti».

Il Ps ha dunque le risorse umane e intellettuali per uscire dalla crisi?

«Oggi è il sistema capitalista a vivere una crisi senza precedenti, dovuta a un elemento molto semplice: l’illusione liberista di un accordo tra mercato e democrazia si è rivelato fallimentare. Le crisi strutturali del sistema economico – ma anche la limitatezza delle risorse e l’emergere della questione ambientale – vanificano l’idea di un progresso economico indeterminato di cui beneficerebbe tutta l’umanità. E avvalorano l’ipotesi di un sistema che distribuisce ricchezza alla cieca e in maniera limitata. Se vogliamo giustizia sociale, perciò, è necessario il ritorno all’idea di ridistribuizione. È necessario il ritorno alla centralità della politica e dello stato. Ma quello che è più interessante è che se ne stanno accorgendo anche a destra, segno che lo smarrimento e il cambiamento di prospettiva investe tutti e non soltanto la sinistra: si deve dire addio a un modo di concepire la realtà che ci viene dagli anni ’80».

Questa incapacità critica evoca anche la crisi della scuola di cui lei si occuperà. Non le sembra che sia una crisi parallela a quella della sinistra? E che in entrambe si sconti la difficoltà della politica a proporre nuovi modelli culturali e sociali?

«Messa così, la questione è un po’ brutale. Ma non del tutto priva di legittimità. È vero che la crisi del nostro sistema educativo è dovuta all’espandersi della povertà e di un’instabilità nel mondo del lavoro che comporta sempre maggiore emarginazione. E che questo stato di cose denuncia anche l’incapacità della sinistra nel combattere fenomeni che stigmatizza da sempre. Ma non c’è nessun rapporto diretto tra crisi del sistema educativo e sinistra».

Non si tratta del fallimento di un sistema, assecondato anche a sinistra, basato su competenze tecniche più che su capacità critiche?

«In parte è vero, ma la sua descrizione è un po’ caricaturale. Specialmente per la Francia, in cui la destra ha in passato sostenuto, come la sinistra, la necessità di un insegnamento umanistico, prima ancora che tecnico. La sua descrizione è più giusta quando si parla degli Stati Uniti o del mondo anglosassone».

E al mondo anglosassone sembra guardare oggi il Ps, in cui si discute molto di blairismo e di socialismo liberale. Quale modello politico promuoverebbe in questo dibattito?

«La tradizione socialdemocratica è molto meno superata di quello che si crede. Detto ciò, non credo serva a qualcosa riferirsi a questo o a quel modello. A mio avviso il mondo di oggi, la golobalizzazione – la velocità con cui avvengono i processi economici e con cui si moltiplicano i problemi prodotti dal nostro sistema ormai impazzito – necessita una pausa di riflesione. Prima di parlare di modelli, perciò, la sinistra europea dovrebbe fermarsi per capire come funziona il modello di cui deve rimediare i guasti».

Dalla crisi della sinistra ritorniamo alla centralità della cultura e di un sistema educativo che formi cittadini, prima che forza lavoro.

«Sì. Ma in Francia l’importanza di un insegnamento di qualità, che dia strumenti di analisi oltre a conoscenze tecniche, non è mai stata messa in dubbio da nessuno. Neanche dalla destra».






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