Simone Verde


24 agosto 2007
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Il nostro capitalismo? Feudale

Intervista a Shen Dali e Dong Chun, scrittori e intellettuali cinesi

 
Shen Dali e Dong Chun

Impossibile distinguere vita privata e impegno in Shen Dali e Dong Chun, intellettuali e accademici, ma anche moglie e marito. Scrittore di fama, Dali, giornalista e letterata, Chun, nominati entrambi Chevalier de l’Ordre des Arts et Lettres da François Mitterrand e uniti in un percorso politico che è anche umano. Incontrati per la presentazione del loro ultimo libro (Günter Roth e Michelangelo Buonarroti, Spirali), non si riesce a fare una domanda a uno, senza che l’altro intervenga. Da cui un’intervista a due voci, venata di fierezza per le aspirazioni della Cina di oggi e di preoccupazione per le derive filo-capitaliste della Repubblica popolare. «Chissà dove andremo a finire – affermano – siamo entrambi insegnanti all’università e non riconosciamo più i nostri studenti. È successo qualcosa di talmente enorme, che tra loro e noi non c’è più niente in comune. Da qui l’impossibilità di fare previsioni per il futuro».

La Cina di oggi, tuttavia, appare indiscutibilmente divisa tra Oriente e Occidente, modernità e tradizione. In che modo queste tensioni incidono sull’identità del paese?

«In una polverizzazione della cultura e dell’identità nazionale. I giovani di oggi sono cresciuti davanti alla televisione, privi di contenuti e nell’ignoranza assoluta della propria storia. Unico valore condiviso è il denaro, in una corsa individualistica all’arricchimento, fine a se stessa. »

La rivoluzione culturale, facendo tabula rasa del passato, ha facilitato la penetrazione del modello capitalista?

«È indubbiamente così. Una volta smantellata l’identità culturale tradizionale, una volta che si è proceduto all’industrializzazione delle città e alla meccanizzazione forzata delle campagne, è come se si fosse dissodato e fertilizzato il paese perché il capitalismo attecchisse con la maggiore efficacia possibile. I cinesi, quindi, privati di ogni resistenza culturale sono stati consegnati anima e corpo al mercato».

Chi beneficia di questa situazione? A guardare la storia della Cina si ha l’impressione che, pur nelle grandi rotture, siano sempre i burocrati e l’apparato a gestire e a distribuire potere e ricchezza.

«È proprio così. Anche in questo caso. Vede, coloro che si sono arricchiti di più sono ancora una volta i burocrati di partito, i dirigenti dello stato che gestiscono la spartizione del potere. I quali, dopo la rivolta di piazza Tienanmen, hanno capito che se volevano mantenere i propri privilegi, dovevano fare qualche concessione. Da qui ha preso vita un ambiguo socialismo capitalista che ha assicurato una crescita economica altrimenti impensabile, distribuendo qua e là ricchezza e sedando ogni tentativo di cambiamento. È con questo fine che il regime si preoccupa di diffondere gadget, di democratizzare alcune acquisizioni industriali e di solleticare la popolazione con prospettive a buon mercato, fatte di sogni di opulenza alimentati da programmi televisivi, quiz e giochetti».

Non c’è il rischio che questa strategia si riveli controproducente? Che il capitalismo diffonda nuove etiche capaci di disgregare il sistema?

«Sta già avvenendo. I nostri dirigenti sognavano l’avvento di un’economia di mercato in una società non di mercato. Una specie di capitalismo feudale. Ma questo equilibrismo si sta rivelando irrealizzabile, poiché il capitalismo sta diffondendo comportamenti e visioni del mondo individualistiche basate su concetti di libertà, di libera concorrenza e di diritti civili.
A questo vanno ascritti alcuni fenomeni recenti: la maggiore tolleranza nei confronti della diversità; la nascita di un’opinione pubblica che segna la diffusione di gruppi di interesse tipici delle società liberali; la diffusione di sensibilità civili. Si comincia a parlare più liberamente di inquinamento e di Aids, cosa impensabile fino a poco tempo fa. È certo che questi fenomeni contribuiranno un giorno o l’altro alla disgregazione del regime. Ma si tratta di processi lenti. Inesorabili, forse, ma lenti e con esiti difficili da prevedere».

Questo significa che, in un paese dove lo sfruttamento dei lavoratori è pesantissimo, non esiste a breve termine nessuna prospettiva di sindacalizzazione e di rivolta?

«Non bisogna sottovalutare i lati positivi dello sviluppo, la sua capacità di sottrarre rapidamente decine e decine di milioni di persone dalla povertà, generando consenso e gratitudine. Finché la popolazione continuerà a conoscere condizioni di vita sempre migliori, è difficile che ci siano spinte radicali. Quello che succederà sarà l’arrivo di aperture sempre più ampie, dovute al diffondersi dell’individualismo capitalista. In passato, non avremmo potuto esprimerci così liberamente. Oggi, il regime si occupa di controllare i grandi media – televisione e cinema – ma per il resto, permette una relativa libertà, cosa impensabile in passato».

Quale spazio, dunque, per la vostra battaglia politica?

«La nostra testimonianza e la nostra attività di intellettuali è di per se stessa politica. È un esempio di autodeterminazione che comporta un’idea di società alternativo e occupa gli spazi lasciati liberi senza che si possa tornare indietro. La nostra testimonianza, lo ripetiamo, è possibile grazie alla penetrazione del sistema capitalista. Il quale ha dei lati estremamente positivi ma, attenzione, è anche un’arma a doppio taglio che seminerà guai di un nuovo tipo. Oggi difficili da prevedere, vista la rapidità della sua corsa».






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