Simone Verde


18 agosto 2007
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Se la modernità non basta più

Intervista con Jean d’Ormesson

 
Jean d’Ormesson

A ottantadue anni, lo sguardo giovane e irrequieto di Jean d’Ormesson rivela il temperamento dell’uomo, ma anche il suo approccio alla vita, al pensiero, alla letteratura. Uno stupore permanente, il suo, per niente ingenuo. Un esercizio continuo per ritrovare il thauma aristotelico, la meraviglia davanti al realizzarsi degli eventi, che provoca curiosità e spinge verso la conoscenza. Ma stupore, per d’Ormesson, significa anche apertura, disponibilità, curiosità per l’altro. Gentilezza – per esempio con chi l’intervista – figlia di una civiltà della conversazione in cui sedurre è il mezzo più cosmopolita di praticare il potere. Figlio di diplomatici, ex segretario generale dell’Unesco e direttore de Le Figaro dal 1974 al 1977, cosmopolitismo e potere, d’altronde, sono nel suo sangue. Proprio allo stupore davanti «all’incredibile vicenda della vita», d’Ormesson dedica il suo ultimo romanzo (La creazione del mondo, Spirali) «una farsa metafisica», come lui stesso la definisce, in cui quattro amici isolati dal mondo sono alle prese con un manoscritto anonimo in cui Dio concede la sua nuova rivelazione. Una parabola i cui personaggi, non potendo ricorrere alla scienza e alla tecnica, si interrogano sul senso della vita, facendo affidamento esclusivamente sulla propria intelligenza: «Il sapere scientifico – afferma d’Ormesson – ci aiuta in tante cose. Ma ci sono domande cui non può dare alcuna risposta».

La sua è una critica alla modernità?

«Non esattamente. La scienza e la tecnica sono state essenziali per il progresso del genere umano. Ricordo che quando ero giovane, sentivo spesso gli anziani rimpiangere il passato. Allora decisi che, invecchiando, non sarei stato così. D’altronde, che oggi si stia meglio di quando ero ragazzo è indubbio. Le condizioni di vita sono molto migliori. Ma anche il mondo politico, viso che all’epoca giravano personaggi come Mussolini, Hitler o Stalin».

D’accordo, ma lei sembra criticare la mancanza di spiritualismo del mondo contemporaneo e l’illusione moderna che, risolti i problemi materiali, ci si sarebbe sbarazzati della religione e di ogni inquietudine relativa al senso della vita.

«Questa illusione costituisce il nerbo della critica di Martin Heidegger alla tecnica. A un sapere che non è volto alla ricerca disinteressata della verità, ma alla realizzazione di scopi determinati. È evidente che in una visione del mondo di questo genere, la spiritualità, la ricerca di un senso, non essendo immediatamente utile, viene emarginata. Ma, esprimendo un’esigenza antropologica che non può essere soppressa, torna con estrema violenza nelle forme di religiosità e di fanatismo degli ultimi anni. André Malraux ebbe modo di dire che il XXI secolo sarebbe stato quello del ritorno della spiritualità. La sua analisi era corretta».

È a questa spiritualità cui lei fa riferimento, quando parla di stupore?

«Certo. Lo stupore sta proprio in questo, nel guardare alla vita come se si trattasse di un mistero insondabile e non di una cosa ovvia. Questo vuole essere anche il senso del mio ultimo romanzo, una farsa metafisica in cui, con ironia e umiltà, si rimette al centro l’interrogativo fondamentale. Quanto a me, mi meraviglio in ogni momento di esistere, sono meravigliato da questa cosa incredibile che è il mondo. C’era una formula che mi veniva ripetuta spesso quando ero piccolo: “il saggio non si stupisce di nulla”, niente di più falso. Il saggio si stupisce di tutto. Nei presepi francesi c’è sempre un personaggio, un pastore che guarda al cielo con gratitudine per ringraziare ed esprimere la propria meraviglia. Il saggio somiglia proprio a quel pastore, che in realtà è non è stupido proprio per niente».

C’è un rapporto tra assenza di spiritualità e crisi della politica?

«La crisi della politica è il risultato della crisi delle ideologie, di destra e di sinistra. Della crisi di utopie autoritarie e totalitarie che ambivano a soddisfare ogni bisogno degli esseri umani. I comunisti, in Francia sono passati dal 33, al 5 per cento. E ugualmente è avvenuto con l’estrema destra, scesa da oltre il 20, al 5 per cento anch’essa. Con la fine di questi sistemi di pensiero, si ricomincia a guardare alle cose con maggiore complessità. Ci si accorge che l’uomo non può dare risposte a tutto».

Come si combina tutto ciò con la vittoria di Nicolas Sarkozy?

«Sarkozy ha capito molto presto che il vento era cambiato e ha cominciato a dire ad alta voce ciò che in molti pensavano in maniera oscura: ha avuto il coraggio di dire che il re era nudo. Ha restituito alla politica pragmatismo, facendola uscire dal solco delle ideologie. Ha smesso un laicismo rigido e desueto, cominciando a trattare con le varie confessioni religiose, cui ha riconosciuto dignità nel contesto di uno stato e di una repubblica laica. Ha stupito tutti. Ed ha stupito perché ha agito al cuore della crisi. La sua impresa è riuscita a tal punto che oggi la cultura di sinistra è quella che subisce maggiormente il suo fascino».






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