Simone Verde


10 luglio 2007
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La cronaca vera dell’ascesa di Putin

L'ultima fatica di Anna Politkovskaja

 
Anna Politkovskaja

«Darei la mia vita perché tu possa esprimere la tua opinione», disse Voltaire. Una massima che riassume bene l’esistenza di Anna Politkovskaja, giornalista e intellettuale uccisa un anno fa dai soliti ignoti della Russia di Putin. Uccisa non solo per le sue inchieste e per i suoi attacchi frontali al potere, ma anche perché in libri come Diario Russo (Adelphi, 26 euro) ha permesso a centinaia di cittadini, testimoni degli orrori recenti, di parlare. Il risultato? Un intreccio di voci, informazioni e denunce che ricostruiscono il ritratto di un immenso paese e che danno voce a esistenze spezzate.

La Politkovskaja, che esprime di getto la propria rivolta, non fa la giornalista, è. Afferma la sua verità, non sottraendosi mai dal dimostrarla.
E scrive una cronaca degli anni 2003-2005, che è anche un’autobiografia intellettuale, con spessore talvolta letterario.
Nella ricostruzione del Diario, l’ascesa di Putin impressiona. E impressiona la logica con cui l’ex capo del Kgb riesce a costruire il suo sistema di potere, soffocando progressivamente ogni libertà. Un metodo che fa pensare alla storiella della rana che, riscaldata a fuoco lento dentro l’acqua di una pentola, non subendo sbalzi di temperatura, cuoce e non salta fuori. Un’inchiesta permanente, quella della Politkovskaja, da cui emergono intrecci di interessi e manovre con cui parlamento, stampa e opposizione vengono ridotti al silenzio. Ma anche il modo in cui il terrorismo ceceno è stato usato per reprimere nel sangue ogni contestazione.

Diario Russo, coverUn esempio? Basta aprire a casaccio una delle pagine del Diario.
Oppure soffermarsi su qualche vicenda emblematica, come quella del Teatro Dubrovka, la presa d’ostaggi da parte di terroristi ceceni, che nel 2005 portò a un bagno di sangue. «Perché si è deciso di irrompere con i gas nel momento in cui la possibilità che gli ostaggi fossero liberati era reale?», si domanda la giornalista. «In riunioni riservatissime – afferma Ivan Rybkin – si sosteneva l’impossibilità di usare i gas, altrimenti i terroristi avrebbero fatto esplodere le cariche ». Perché vennero usati, allora? «Poiché si sapeva che non ci sarebbero state esplosioni – denuncia una donna entrata a trattare con i ceceni –. Ripensando a quanto accaduto – conclude – l’attentato è servito a continuare la guerra e a mantenere alto il gradimento del presidente».






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