Simone Verde


3 luglio 2007
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La crisi? È dei partiti, non della politica

Intervista con Jacques Attali, socialista controcorrente

 
Jacques Attali

«Solo l’Europa ci può salvare». Questa la convinzione di Jacques Attali, intellettuale simbolo degli anni Mitterrand e vera e propria coscienza critica della sinistra, tornato alla ribalta nelle ultime settimane per aver rifiutato un ministero nel governo Fillon e per aver attaccato duramente i dirigenti del partito socialista all’indomani della sconfitta elettorale. Tutte prese di posizione, queste, che hanno permesso all’economista da anni impegnato nella cooperazione, di tornare a svolgere il suo ruolo più consueto, ispirando un aspro dibattito sull’identità della gauche. Un ruolo in realtà mai veramente abbandonato, grazie alla pubblicazione puntuale di libri e panflet originalissimi come L’Avenir du travail, Une brève histoire de l’avenir o L’Uomo nomade (quest’ultimo edito in Italia da Spirali, 25 euro). Quanto alla tanto discussa crisi, l’ex consigliere di Mitterrand smorza ogni allarmismo e consegna una visione di ampio respiro: «La crisi è sempre qualcosa di positivo. Quando non c’è crisi, è la morte. Se poi vogliamo voltare pagina — continua — dobbiamo rilanciare l’Unione Europea, unico strumento per affrontare le sfide di oggi ».

D’accordo, ma crisi significa anche regressione dei diritti sociali e civili, difficoltà economiche e istituzionali…

«Si tratta dell’esplodere di contraddizioni interne al nostro modello di sviluppo. Vede, da un lato abbiamo un’economia globale basata sul mercato, sulla libera circolazione delle merci e sulla libera concorrenza. Dall’altro, i nostri sistemi democratici funzionano soltanto all’interno di confini nazionali. L’attuale crisi nasce proprio da questo sfasamento. Da cui la diffusione di istanze in conflitto. Quelle della democrazia, che con le sue norme ambisce a regolare processi ormai sovranazionali e a limitare le spinte centrifughe del sistema produttivo. E quelle del mercato, che coincidono con il principio dell’autodeterminazione assoluta degli individui e con un’idea della libertà che comporta l’abbattimento di ogni regolazione, ma anche l’etica del ciascuno per sé».

In che modo risolvere la contraddizione e restituire potere alla politica?

«Innanzitutto, aprendo le nostre democrazie a dimensioni più ampie di quelle dello stato nazione. Stabilendo diritti e modelli di cittadinanza che superino i limiti delle frontiere attuali. Un esempio? Non si può teorizzare e perseguire la libera circolazione delle merci senza permettere quella degli individui. Poi, stabilendo alcune regole chiare e ferree che sanino in alcuni punti l’assenza di regole e limitino le pretese del mercato».

Ma come uscire dall’orizzonte degli stati nazione?

«Tanto per cominciare, rafforzando i poteri dell’Unione Europea e riavviando il processo di integrazione. L’Ue è attualmente l’unico mezzo che abbiamo per restituire efficacia alla politica e per governare alcuni dei processi globali in atto.
Nel suo libro, L’Uomo nomade, lei riconosce il contributo storico dei migranti nel diffondere idee e nel rinnovare culture».

Quale patrimonio gli immigrati di oggi portano nelle nostre società?

«Un patrimonio enorme. Tenga conto che la novità viene sempre da sud. Le faccio un esempio che potrà sembrarle stravagante, ma la musica occidentale si è sempre rinnovata attingendo a piene mani dalle culture musicali africane e del sud del mondo. E così avviene ancora oggi. Non è affatto strano, se si pensa che in quella parte del pianeta vivono i due terzi dell’umanità. È lì che è nato il microcredito, è da lì che arrivano nuove tecnologie che sono capaci di risolvere, nella loro essenzialità e intelligenza, problemi che la nostra di tecnologia non è neanche più in misura di riconoscere.
Ed è da lì che ci vengono sistemi di valori capaci, nel rispetto e nella valorizzazione reciproca, di rinnovarci».

Recentemente lei ha espresso giudizi molto duri nei confronti della sinistra francese. Ed è stato accusato di cedere alle lusinghe della destra di Sarkozy.

«Si tratta di semplificazioni. Io sono un intellettuale libero. Tutto il mio lavoro è stato ed è per il rinnovamento della sinistra.
Quanto a Sarkozy, è vero, mi è stato proposto un ministero. Non accettai negli anni Ottanta quando me lo propose François [Mitterrand ndr], figurarsi se avrei accettato adesso… Tornando alla mia fede politica e alla mia coerenza intellettuale, i libri che ho scritto e le iniziative promosse dalla mia associazione PlaNet Finance, parlano da soli».

Ma veniamo al suo giudizio sulla sinistra francese ed europea. Come uscire dalla crisi?

«Vede, anche qui occorre dissipare un equivoco: la sinistra europea non è affatto in crisi. Sono i suoi partiti a esserlo. Oggi in Europa si discute di argomenti da sempre di sinistra, come stato sociale, diritti civili e ambiente. La stessa destra, per vincere — là dove ha vinto — ha dovuto confrontarsi con questi temi. Guardi Nicolas Sarkozy: ha fatto una campagna elettorale molto attenta sull’ambiente, ha un governo composto per metà di donne e con molti immigrati. Ripeto, la cultura di sinistra è egemonica in quasi tutto il continente. E lo sarà sempre di più. Quanto ai partiti dell’area socialista, quando si rinnovano a fondo e lasciano cadere la vecchia zavorra ideologica del passato — come già avvenuto in Spagna e in Gran Bretagna — allora vincono senza incertezza».

I partiti della sinistra francese hanno i mezzi per compiere questo rinnovamento?

«I partiti sono solo macchine da guerra, nulla più. È la società, sono gli intellettuali che devono spingere verso il rinnovamento. Quanto all’estrema sinistra, di cui tanto si parla, essa è soltanto il prodotto dell’incertezza e della mancanza di radicalismo dei partiti dell’area socialista. I quali, inseguendo la destra sul suo stesso terreno, spingono gli elettori verso gli estremi. Un inconveniente che cesserebbe di esistere nel momento in cui ciascuno ritrovasse la sua giusta collocazione».

Come dovrebbe avvenire il rinnovamento di cui parla?

«Tanto per cominciare con la fondazione di un grande partito unico della sinistra europea. Un partito socialista, o come lo si voglia chiamare, che non sia la somma delle forze dei singoli paesi ma una vera e forza politica dotata di anima e di una visione complessa del mondo. Senza un’azione a livello continentale, infatti, tutti gli esperimenti nazionali che stanno prendendo corpo, sono destinati a fallire».






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