Simone Verde


14 giugno 2007
Twitter Facebook

Arte di qualità. Cioè per tutti

Intervista con Robert Storr, curatore della 52esima Biennale di Venezia

 
Robert Storr

«Se c’è una cosa da superare non è la Storia, ma l’utopia postmoderna del superamento della Storia». Così Robert Storr, a lungo senior curator al Moma di New York e oggi rettore della Yale University of Art che, a qualche giorno dall’apertura della Biennale di Venezia da lui diretta, è tacciato di conservatorismo. Ed è accusato di voler resuscitare l’idea di modernità, caduta in disgrazia nel primo dopoguerra per via del legame tra razionalismo utopico e regimi totalitari, e definitivamente sepolta con il postmodernismo degli anni Ottanta. Ma Storr non ci sta: «Il problema non è la modernità – afferma a Europa – il problema è l’utopia, un pensiero che, perseguendo un mondo impossibile, produce alienazione e settarismo».

Ma dietro l’idea di modernità non si nasconde proprio l’utopia?

Innanzitutto, più che un’idea, quella di modernità è una vera e propria categoria che come un fiume carsico ha attraversato tutta la storia dell’Occidente. Una categoria che ritorna sempre in opposizione a quella opposta di classicismo. Che che ne dicano i paladini del postmoderno, non mi sembra che si sia mai usciti dall’orizzonte di tale contrapposizione. La mia Biennale ha proprio questo scopo: dimostrare che esperienze che sembravano archiviate, in realtà hanno animato la ricerca artistica degli ultimi decenni.

Ma allora, quale modernità senza una fede incondizionata nelle capacità dell’uomo?

È innegabile che i sostenitori della modernità abbiano prediletto approcci che conferissero alla conoscenza e all’analisi un ruolo fondamentale. Ma non si conosce solo con la ragione, bensì anche con l’esperienza sensibile e con l’arte, quale ambito in cui l’uomo si esprime facendo ricorso a tutte le sue facoltà: il pensiero, quindi, ma anche la sensibilità e l’immaginazione. Ciò di cui dobbiamo liberarci, non è della modernità – della fiducia nelle capacità degli esseri umani – ma delle visioni utopiche che l’hanno inquinata.

In quest’ottica, le qualità sensibili delle opere possono svolgere un ruolo fondamentale. Mentre nella mostra sembrano prevalere lavori la cui leggibilità è subordinata alla conoscenza di codici ben precisi.

Non sono d’accordo. A mio parere si considera il pubblico molto più stupido di quello che è. Si continua a ripetere che non è interessato all’arte contemporanea e che il mondo artistico è una realtà insulare. Ma poi i musei sono pieni. Quanto all’accessibilità delle opere esposte, prenda una delle fotografie di Gabriele Basilico, si tratta di immagini di edifici distrutti dalla guerra. Di foto in cui, malgrado l’assenza di esseri umani, si tocca con mano un infinito senso di disperazione. Sono foto tutt’altro che didattiche, ma il cui significato è accessibile a tutti.

Perché artisti come Damian Hirst o Matthew Barney, che lavorano da anni a opere dal forte impatto emotivo, sono assenti?

La ragione è semplice: il lavoro di Hirst non mi interessa e non apprezzo il suo modo di agire. Questo non significa che non abbia idee o che sia privo di creatività, ma il suo talento è tutto concentrato a sollevare polveroni e suscitare shock con opere che, una volta passata la polemica, non hanno più niente da dire. Lui e Barney sono due forze della natura ma i loro lavori fanno tanto chiasso per nulla. Non lo dico per moralismo o perché sia in guerra contro di loro, ma perché è un approccio che non mi interessa.

Eppure sono tra i pochi artisti che hanno avviato una riflessione sul rapporto tra arte contemporanea, media e spettacolarizzazione.

Non sono d’accordo. Le faccio un esempio: guardi il video di Sophie Whettnhall esposto nel percorso delle Corderie. Si tratta di un pugile che prende a pugni una donna, senza mai toccarla. È un video ad effetto non meno di quelli di Barney ma che, parlando del fallimento dei rapporti tra uomo e donna, contiene un messaggio sociale e civile che va oltre l’efficacia formale con cui è costruito.

Un’altra delle critiche che le vengono rivolte è di non aver affrontato il rapporto tra arte contemporanea e mercato.

L’ho fatto apposta, spinto dalla convinzione che più si parla di mercato e più gli si dà potere. Bisogna smetterla con le demonizzazioni, quello commerciale è solo uno degli aspetti del mondo dell’arte. Io stesso, quando ero direttore delle collezioni del Moma mi sono rivolto sistematicamente a numerose gallerie per fare acquisti, spendendo talvolta milioni di dollari. Di per sé non c’è niente di cui scandalizzarsi. Il vero problema è che ormai, ogni volta che si parla di arte contemporanea, si parla solo di denaro e si perde di vista il valore estetico delle opere. Per questa ragione ho rifiutato la proposta di un artista celebre che, per la Biennale, proponeva una vendita all’asta dei suoi lavori. L’ho rifiutata perché desideravo tornare alla qualità intrinseca delle opere. Se i critici e i giornalisti non apprezzano la mia scelta, poi, tanto meglio. Dicendo questo solleverò un polverone, ma anche loro devono rendersi conto che, per quanto importanti, costituiscono soltanto una minuscola parte del mio pubblico. La stragrande maggioranza delle persone che verranno alla mostra, sono curiosi o appassionati e devono essere loro i nostri principali interlocutori.






0 Commenti



Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>