Simone Verde


9 giugno 2007
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I sensi della democrazia

52esima biennale d'arte di Venezia

 
I sensi della democrazia

Quale futuro per la democrazia? L’interrogativo percorre come un filo rosso molte delle opere esposte nella 52esima Biennale di Venezia da domani aperta al grande pubblico. Opere esposte, come consueto, nei padiglioni dei giardini o nel percorso tematico elaborato dall’attuale curatore, il critico americano Robert Storr. Quale futuro per la democrazia occidentale, in un momento in cui i diritti e i principi su cui si è costituita sembrano esposti a una crescente precarietà? L’interrogativo è declinato in tutti i suoi aspetti: nella riflessione sulla possibile coesistenza di culture diverse, sul confine sottile che separa difesa interna e potere della polizia, ma anche sul futuro del welfare europeo.

«Una biennale davvero al presente», come promesso. Una mostra in cui, come va ripetendo da giorni Storr, politica non è militanza partigiana, ma l’impegno etico dei singoli, secondo un approccio che vorrebbe restituire all’arte i suoi strumenti più consoni. «Questa mostra – scrive Storr – si fonda sulla convinzione che l’arte sia il mezzo attraverso il quale gli uomini prendono coscienza del proprio essere in tutta la sua complessità». Che l’arte, come affermato dall’estetica classica, sia un mezzo di conoscenza capace di stimolare la ragione, ma che privilegi tuttavia il rapporto con l’esperienza sensibile. Da qui il titolo: «Pensa con i sensi, senti con la mente».
Un invito, quello di Storr che, estetico, è così immediatamente politico. «Tra le caratteristiche dell’arte – afferma – figurano l’immediatezza della sensazione in rapporto all’interrogarsi sulla natura e al significato di tale sensazione così come l’intima affezione nei confronti dell’impegno nella vita pubblica». In quanto strumento di conoscenza, suggerisce Storr, l’arte spinge l’uomo a formulare giudizi sul mondo. E questi giudizi, a loro volta, spingono l’uomo ad agire, per volgere a proprio favore la realtà di cui ha appreso i meccanismi. Un approccio che sembra accolto da buona parte degli artisti invitati, ma anche dalla pletora di contributi nazionali esposti nei giardini, convenuti a Venezia indipendentemente dalla curatela del direttore statunitense.

Così sembra, almeno, nel caso dell’artista Francesco Vezzoli, ospitato dal padiglione italiano che, sotto la direzione di Ida Gianelli, torna quest’anno dopo anni di assenza discussa. Democrazy, è il titolo della sua video-istallazione che, prendendo spunto dall’imminenza delle elezioni Usa, ambisce a svelare i meccanismi che presiedono alla vita delle nostre democrazie: il potere dei media che, stimolando l’immaginario colletto si sostituiscono all’arte e promuovono propaganda. Analogo a quello di Vezzoli è il lavoro di Aleksander Ponomarev, esposto nel padiglione Russo. Si tratta anche qui di video installazioni, forse un po’ ingenue, ma che rappresentano molto bene le inquietudini di un paese in bilico tra impulso zarista e democrazia.
Shower è l’opera più emblematica di quelle esposte: una cabina le cui pareti sono costituite da schermi video che trasmettono, senza soluzione di continuità, immagini in diretta di 470 canali televisivi internazionali, in una doccia di informazioni che si vuole metafora della condizione del cittadino contemporaneo.

Quale democrazia, nel momento in cui le immagini servono a produrre un mondo fittizio in cui gli esseri umani sostituiscono alla realtà informazioni non verificate che vengono loro proposte? Nel momento in cui, l’immaginazione, facoltà che presiede alla formazione della conoscenza è volta su oggetti impropri che sembrano aver preso il posto dell’arte? Vecchi interrogativi, ovviamente, ma che, come mostrano le inquietudini rappresentate in questa biennale, sono e restano d’attualità.

Su uno dei viali principali dei giardini, lungo il percorso che porta ai padiglioni tedesco, francese e britannico, tre gabinetti pubblici prefabbricati, dipinti di bianco, di rosso e di blu recano ciascuno la scritta «liberté», «égalité», «fraternité». L’intento dell’artista norvegese Lars Ø. Ramberg è volutamente provocatorio e sintetizza con efficacia il contributo che i paesi nordici intendono dare alla mostra. «Quale futuro per il welfare », quale per i diritti? Quale presente per l’universalismo dei principi della rivoluzione francese? Ma la provocazione di Ramberg non si ferma qui: nel momento in cui punta il dito sulla crisi del sistema sociale, l’artista compie anche un atto d’accusa contro l’arte contemporanea. I tre gabinetti, infatti, sono definiti «scultura interattiva», denunciando il ruolo del mercato, all’origine della crisi delle nostre società ma anche del lavoro dei numerosissimi artisti che si rivolgono a temi e fratture estetiche degli anni Sessanta-Settanta, privandole del loro carattere squisitamente sociale, per trarne oggetti dall’eclettismo sempre più commerciale. La provocazione degli artisti del nord d’Europa è girata così alle classi dirigenti: «Ci vorrebbe qualcosa di importante», dice una donna in una finta campagna pubblicitaria ripresa dai due fotografi Toril Goksoyr e Camilla Martens. «Qualcosa di politico?», risponde ironicamente una ragazza.






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