Simone Verde


24 maggio 2007
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L’oro della camorra

Inchiesta sull'emergenza rifiuti in Campania/1

 
rifiuti

La specialità locale? «Non vede – risponde il contadino – Monnezza!». E in effetti, all’ombra della piantagione di cachi, sotto rami stracarichi di frutta matura che nessuno coglie, una distesa di bottiglie, buste e resti di ogni genere. Carta, stracci, pezzi di elettrodomestici, ma soprattutto plastica. Plastica ovunque. Grandi sacchi neri ammassati ai bordi dei viottoli di campagna, lungo le strade a scorrimento veloce, in mezzo agli svincoli e sotto cavalcavia anneriti dal divampare di incendi che permettono di fare nuovo spazio. In ogni slargo in cui si può scaricare senza disturbo per le auto. Ovunque, e particolarmente nei campi, spazzatura.

Il contadino, intanto, prosegue la sua marcia e dal frutteto passa all’orto recintato da paletti di ferro su cui, per evitare ferimenti, svetta conficcata qualche testa di bambola. Lo spettacolo è il solito, ma qui la spazzatura è impastata alla terra, grazie al passaggio recente della vanga. Sbarazzata dai rami degli alberi, la vista arriva fino all’orizzonte dove si può apprezzare un Vesuvio precocemente coperto di neve. Davanti, una colonna di fumo che si alza nero tra i campi. «Stanno dando fuoco ai copertoni», spiega. Dal fumo, un odore acre di gomma bruciata. A pochi metri, un altro accatastamento: pensili da cucina, una pila di eternit intriso di amianto, un mucchio di siringhe usate e scatole di medicinali scaduti. Giù, nel canale che delimita il campo, acqua nera costretta a uno slalom tra grandi balle di vestiti, carcasse di vario genere e un rigagnolo di giocattoli fatti a pezzi. Pelouche, braccia, gambe e teste di bambole, appunto. Lungo una riva, bloccato tra un copertone e la porta divelta di un frigo, un carico di libri. Avvolto in un tricolore, un titolo particolarmente evocativo: Cos’è la camorra?

Il ciclo dei rifiuti
È apocalittico il paesaggio alle spalle del Vesuvio. Nel triangolo tra Acerra, Nola e Marigliano definito nel 2004 dalla rivista Lancet Oncology, «della morte». Campi e paesi costeggiati da discariche a cielo aperto. «Negli anni Ottanta – spiega Eleonora Gitto, consulente per l’ambiente della Regione – grazie alla complicità degli amministratori locali, molti camorristi che operavano nell’edilizia diventarono appaltatori per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani». Il sistema era semplice: quando le cave erano prosciugate, quando non c’era più niente da estrarre, i camion che trasportavano brecciolino rientravano carichi di immondizia che finiva nelle voragini lasciate dalle ruspe. Spazzatura ordinaria, ma anche sostanze tossiche, scarto di trattamenti chimici delle industrie del nord, importate dalla camorra. Una volta satura, la discarica veniva ricoperta con uno strato di terra e per recuperare il valore dei terreni, magari ci si costruiva sopra qualche villetta. Le oltre 1.500 cave della regione, quasi tutte ai limiti della legalità, sono visibili ovunque. Ferite che non si cicatrizzeranno mai in un paesaggio spolpato fino all’osso. Le si vedono anche dalle alture di Napoli quando, invece di guardare il vulcano, il golfo e le isole, si getta un’occhiata nell’entroterra: grandi aperture bianche, allineate una accanto all’altra nel verde delle colline; voragini che alimentano l’abusivismo edilizio e dei rifiuti, in un ciclo economico perfetto.
Con l’arrivo della legge Ronchi, però, e con il commissariamento, il rapporto con gli amministratori locali venne spezzato e il sistema si inceppò. Era la metà degli anni Novanta e la camorra non si diede per vinta: «Grazie al caos – spiega la Gitto – e grazie a un’assenza di pianificazione che ha fatto moltiplicare gli stanziamenti straordinari, il sistema si è rigenerato». Come dimostrano numerose inchieste della magistratura, la criminalità ha preso a gestire sempre più da vicino i trasporti e, avvertita da informatori, ha cominciato a comprare i terreni che lo stato avrebbe trasformato in discariche a costi elevatissimi. Il sistema si è generalizzato e i rifiuti sono stati sversati un po’ ovunque con risultati oggi sotto gli occhi di tutti: campagne trasformate in pattumiere, città maleodoranti in cui le automobili faticano a circolare tra la spazzatura. Basta fare un giro a caso nell’hinterland napoletano per vedere montagne accatastate al sole in attesa che qualcuno butti un cerino e trasformi tutto in fiamme, fumo tossico e diossina.

Il riciclo impossibile
Per uscire dall’emergenza, il Commissariato ha disposto l’apertura di tre inceneritori. Tre stabilimenti che dovrebbero aprire a breve per smaltire le migliaia di ecoballe disseminate ovunque in piramidi che, come quelle di Giugliano, svettano spesso tra frutteti e piantagioni. Accatastamenti apparentemente ordinati, ma che, visti da vicino, non hanno nulla a che vedere con la pulizia ospedaliera che annunciano da lontano. Se tra una ronda e l’altra delle forze dell’ordine si riesce a entrare da un buco della recinzione, infatti, se ci si arrampica su una delle montagne bianche, lo spettacolo è sorprendente: in alto, nella plastica che avvolge rifiuti che dovrebbero essere inorganici, i gabbiani scavano buche per tirare fuori avanzi di cibo. E sotto l’involucro l’immondizia fermenta al sole, disperde nell’aria gas e genera liquami che colano nei frutteti vicini.
«Una volta che le ecoballe saranno bruciate – denuncia Mattia Iodice, agronomo di Legambiente – il problema sarà risolto a metà. Poiché, ridotte in cenere, disperderanno diossina su una popolazione già colpita da tumori al di sopra della media nazionale. Le ecoballe, poi, lasceranno cumuli di cenere tossica con cui non si saprà cosa fare». Cumuli che il nord invia da anni proprio in Campania. Cenere densa e grigia, importata dalla camorra e disseminata un po’ ovunque, sui campi o sotto i soliti cavalcavia. La soluzione? «Organizzare la raccolta differenziata» che riduce il materiale da incenerire e immette i rifiuti in un ciclo economico sostenibile. «Gli ambientalisti dicono la verità – afferma Antonio Diana, direttore della Erreplast, fabbrica locale di riciclo materiali plastici – Hanno ragione nel denunciare l’assenza di raccolta differenziata». Le statistiche sono abbastanza eloquenti: la Campania è la regione che consuma il più alto quantitativo di plastica ed è quella che ne ricicla di meno. L’8 per cento contro il 49 della Lombardia. Per il signor Diana le conseguenze sono paradossali: la sua industria, installata in un territorio saturo di spazzatura, è attiva soltanto al 50 per cento e importa il 97 per cento della materia prima dal resto d’Italia e dall’Europa.
A ostacolare la raccolta differenziata, gli interessi delle società che gestiscono lo smaltimento delle ecoballe, ottenendo dallo stato oltre 50 euro per ogni tonnellata di rifiuti bruciata. Un giro di denaro vertiginoso pagato dai contribuenti tramite un’ecotassa sulla bolletta elettrica che nelle intenzioni della Comunità europea dovrebbe incentivare la produzione di energia pulita. E che, cosa anomala, in Italia viene devoluta a favore dell’incenerimento, spingendo le imprese contro ogni tipo di pianificazione che potrebbe prevedere il riciclo e sottrarre loro materia prima. Una complementarità di interessi tra industria del settore e malavita che, secondo un’indagine dei magistrati Giuseppe Novelli e Paolo Sirleo, avrebbe alimentato il caos degli ultimi anni. Ne è seguita una battaglia legale che ha vietato per un anno all’Impregilo e a cinque società del gruppo, tra cui la Fibe e la Fisia, contratti con lo stato per le attività di smaltimento e recupero energetico dei rifiuti. Poiché, secondo i magistrati, queste società «pur essendo consapevoli fin dall’inizio che lo smaltimento dei rifiuti non avrebbe potuto funzionare, hanno fatto di tutto per dissimulare tale situazione con la complicità e la connivenza di chi aveva l’obbligo di intervenire e non l’ha fatto». Un’accusa che a luglio ha portato anche al rinvio a giudizio del presidente della regione, il Ds Antonio Bassolino, in qualità di ex commissario straordinario per i rifiuti.

‘A monnezza è oro!
Intanto, in attesa che qualcuno si occupi dell’enorme pattumiera Campania, i netturbini trascorrono i propri pomeriggi aspettando che venga fatto spazio negli stabilimenti in cui vengono confezionate le ecoballe. È così a Giugliano, per esempio, dove per ammazzare il tempo si gioca a carte. Per ore, talvolta per giorni. «Perché non vi ribellate?», chiede qualcuno. Lo guardano con aria stupita: «Chi ce lo dà lo straordinario? – risponde uno – Ancora non l’hai capito? Con l’immondizia ci mangiamo tutti». Che quello dei rifiuti sia un vero e proprio business, in effetti, non dovrebbe più essere mistero per nessuno. Anche un boss della camorra, rispondendo alle domande degli inquirenti, lo rivelò con spiazzante banalità: «Ma che cocaina e cocaina vostro onore. Oggi ‘a monnezza è oro!». Se è così chiaro, però, perché la politica non fa nulla? «I politici – afferma Alessandro Iacuelli, autore del libro Le vie infinite dei rifiuti – sono responsabili perché lasciano correre. La loro è una colpa per omissione dovuta a un fatto semplice: chiunque sia intenzionato a vincere e a governare, ha bisogno dei voti della camorra».
È forse per questo, allora, che la Campania stenta da oltre vent’anni a regolare l’attività delle sue cave. «Non è certo una coincidenza – accusa Giuseppe Messina, consulente della Regione – che, dopo anni di lavoro, il piano da me coordinato sia stato bloccato in extremis prima da un assessore, e poi dal consiglio regionale del 7 marzo 2005, a qualche settimana delle elezioni» (vinte dal centro-sinistra). Un piano che avrebbe potuto stabilire limiti e modalità di estrazione, combattendo l’intreccio di interessi che lega il mondo dell’edilizia a quello della spazzatura. «Il piano è stato rinviato all’unanimità a data da definire – continua l’agronomo – e si è dovuta aspettare una sentenza del Tar, con la nomina di un commissario ad acta, perché si stabilisse qualche norma. Piccolo dettaglio, però, non c’è nessuno che si occupi di farla rispettare. Tanto meno la Regione che non sta facendo nulla per predisporre le modifiche d’ufficio previste per il 2008».






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