Simone Verde


22 maggio 2007
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Di monnezza si muore

Inchiesta sull'emergenza rifiuti in Campania/1

 
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Centinaia di fuochi, ogni notte, rischiarano la campagna tra Nola e Acerra. Centinaia di roghi visibili ovunque da cui si solleva una fitta nebbia nera, e che nessuno spegne. I contadini dopo aver pulito i campi bruciano sterpaglia? Per capire basta avvicinarsi. Seguire la linea del fumo tra i viottoli di campagna non è difficile. Il suolo sterrato è compatto grazie al peso delle decine di camion che passano ogni giorno. E la colonna nera generata dalla combustione è visibile ovunque, anche nelle notti più scure. Una volta arrivati sul luogo, però, la sorpresa: là dove ci si aspetterebbe frasche o rifiuti gettati alle fiamme, ci si imbatte in balle di vestiti colorati divorati con voracità sorprendente. Fuochi fatui fatti di pezza che, come in accelerazione, riducono tutto in polvere nel giro di qualche istante.

Sei miliardi di euro
«La maggior parte dei roghi – spiega Alessandro Iacuelli, giornalista e autore di Le vie infinite dei rifiuti – non ha niente a che vedere con la crisi delle discariche. Non si tratta di immondizia lasciata là, che per esasperazione qualcuno decide di eliminare. Quei fuochi fanno parte di un enorme business per lo smaltimento di sostanze tossiche». Paradossalmente, le montagne di spazzatura ordinaria che invadono le città campane, gli accatastamenti maleodoranti su cui scorrazzano topi e si avventano uccelli, sono soltanto la punta dell’iceberg dell’emergenza. Poiché la maggior parte delle attività illecite, i reati più gravi per il territorio, derivano dallo smaltimento illegale di rifiuti industriali. A fronte degli 800 milioni di euro guadagnati ogni anno approfittando della paralisi di inceneritori e discariche, infatti, il giro d’affari che coinvolge sostanze il più delle volte pericolosissime raggiunge 6 miliardi di euro. Una cifra da capogiro. «Il punto – spiega Maria Cristina Ribera, magistrato incaricato di ecomafia alla procura di Napoli – è che i costi di smaltimento sono troppo alti. Gli imprenditori del nord, così, invece di pagare società autorizzate, si rivolgono alla camorra che per quattro soldi versa i materiali nel terreno senza alcun controllo, arricchendosi con un business inesauribile, poiché necessario al nostro sistema industriale».
I metodi sono tanti: i rifiuti solidi, polveri, metalli pesanti, amianto o scarti di fonderia vengono gettati in migliaia di piccole discariche abusive nelle campagne, in case abbandonate o sotto i ponti; i liquidi vengono immessi nelle fognature, distribuiti sui terreni, oppure sotterrati in grandi barili che lasceranno disperdere il proprio contenuto nella terra fino a pregiudicare falde, campi e raccolti; quanto agli infiammabili, vengono gettati su cumuli di stracci o di pneumatici per evitare l’esplosione e per essere consumati dalle centinaia di falò che illuminano la notte. In alcune discariche, poi, le sostanze tossiche vengono mischiate ai rifiuti, come è successo a Lo Uttaro, dove idrocarburi, manganese e floruri sono penetrati nel terreno, inquinando le falde acquifere. Conseguenze documentate da un’indagine della magistratura che il 20 novembre scorso ha portato alla chiusura del sito e al rinvio a giudizio di dodici persone con accuse che vanno da «disastro ecologico» a «falso ideologico». Ma ci sono addirittura casi in cui le sostanze tossiche vengono spacciate per fertilizzanti e commercializzate a uso dei contadini. La denuncia più recente, quella di uno scaricatore di Nola rifiutatosi di trasportare un carico di concime. Qualcuno lo aveva avvertito: era misto a polvere di amianto.
«Nella regione compresa tra Acerra, Nola e Caserta – afferma Iacuelli – nella zona che nel 2004 la rivista americana The Lancet Oncology qualificò come “triangolo della morte”, i clan controllano militarmente un vastissimo territorio, ridotto ormai ad una discarica a cielo aperto». La camorra segue sempre lo stesso principio: ottimizzazione dei guadagni e utilizzo totale delle risorse, fino a esaurimento. Anche di quelle umane. «Visto l’elevato transito di camion – continua il giornalista – qualcuno intuì che la zona era ideale per lo sfruttamento della prostituzione». Dopo un accordo con la mafia nigeriana, così, migliaia di giovani sono state sistemate ad ogni incrocio, perché i camionisti restituiscano parte dello stipendio ai clan per cui lavorano. Schiave che sono anche sentinelle pronte a dare un colpo di telefono nel caso la polizia si trovi a passare.
Il risultato è sordido e non privo di risvolti paradossali. Anche quando qualcuno si serve di loro, queste donne non possono allontanarsi dall’incrocio che controllano e vengono usate vicino alla strada – coperte appena dall’ombra di un cespuglio – con l’occhio sempre attento a quello che succede intorno. Senza imbarazzo da parte del cliente, che ne approfitta malgrado il via vai delle auto. Ognuna di esse, poi, dovendo proteggere una discarica, ne dichiara la presenza: basta imboccare una delle strade sterrate che partono dal punto che controllano, infatti, per incappare su un mucchio di rifiuti, amianto, detriti ma anche pneumatici accatastati o balle di vestiti pronte per essere sciolte sotto il peso di infiammabili tossici. «Nei dintorni di Acerra – spiega Iacuelli – le prostitute dichiarano la presenza militare dei clan. Una spartizione del territorio visibile anche da alcuni oggetti che ricorrono nelle discariche». In alcune zone è una poltrona. In altre un frigo o un altro elettrodomestico.

Un paesaggio cifrato
La tipologia del rifiuto indica il gruppo che controlla la discarica. Quando è in piedi significa che si può scaricare, non c’è pericolo. Se è reclinato, invece, non è il momento. Una volta accessibile la simbologia, il paesaggio si rivela come un testo cifrato che offre i meccanismi di un mostruoso depredamento. Nei pressi di Caivano, una prostituta davanti a un casolare in rovina fa da sentinella all’ingresso di una strada di campagna. Più avanti, si incontra una pira di pneumatici su cui è stata posta un’auto che aspetta di essere sfigurata. Proseguendo, la strada diventa uno spiazzo con rifiuti. Qui, un frigo steso a terra indica che non si può scaricare. Più avanti, dietro un cespuglio, una buca nel terreno permette di accedere a una botola. Sotto la botola l’imbocco di un grande serbatoio interrato e pieno di liquami. Ancora più avanti, un frigo in piedi annuncia una discarica attiva da cui si levano fiamme e fumi tossici. Proseguendo ancora, si sbuca in via Scotti, strada periferica che inizia con la scuola elementare del paese.
Le rilevazioni dell’Arpac, l’agenzia regionale per l’ambiente, sebbene scarse, sono sufficienti a lanciare l’allarme.
Malgrado la regione sia prevalentemente agricola, sostanze cancerogene derivanti da processi industriali sono sparse ovunque, e sono entrate progressivamente nella catena alimentare: sali di ammonio, idrocarburi, materiali radioattivi provenienti da rifiuti speciali ospedalieri, sali di alluminio e piombo, diossina a livelli dieci volte superiori a quelli di Seveso ma anche residui di migliaia di copertoni dati alle fiamme. Tutte sostanze pericolosissime che finiscono nei terreni, nelle falde acquifere, nell’erba, negli animali (bufale e pecore) e – alla fine della catena – nell’organismo degli esseri umani.
Il vero problema, accusano le associazioni, è che in mancanza di prospettive di lavoro gli abitanti partecipano attivamente o passivamente alla depredazione del territorio. «L’assenza delle istituzioni – spiega Iacuelli – è indubbia. Pensi che ci sono tre guardie forestali su un territorio immenso e devastato. Ma questo non basta a spiegare tutto. A chiarimento, valga il fatto che la camorra non è una realtà astratta bensì l’intreccio ordinario di favori e interessi. È il contadino che riceve un po’ di soldi da qualcuno per versare materiali nella sua piantagione di patate. Il sindaco che ha permesso al cugino di riempire la sua discarica ormai esangue di immondizia». È un sistema di potere alternativo e talvolta consustanziale a quello dello stato che si tiene in piedi grazie a persone concrete. Un sistema generato da una società clanica e familistica che antepone la legge naturale a quella positiva ed è perciò contraddittoria ai concetti di bene collettivo e di cosa pubblica. Qualcosa, però, sta lentamente cambiando. Non perché si stia diffondendo un maggior rispetto per la legalità ma perché, dopo anni di esposizione a queste sostanze, in molti, moltissimi cominciano a morire.
«Stando a dati in nostro possesso, confermati da rilevamenti dell’Oms – afferma Antonio Marfella, tossicologo all’istituto Pascale di Napoli – in queste zone la percentuale di alcuni tumori raggiunge il 30%, oltre il doppio della media nazionale. Nella tragedia – continua – questi tumori sono la nostra unica speranza». Secondo i dati più recenti, infatti, la camorra, vedendo crescere il malcontento della popolazione e timorosa di perdere il controllo del territorio, starebbe utilizzando il porto di Napoli per spedire rifiuti tossici in Africa e in Cina, con una progressiva diminuzione dei reati contro l’ambiente. Un epilogo possibile che in realtà sposterebbe soltanto più in là la frontiera degli abusi necessari al buon rendimento del sistema industriale. «Si rende conto? – ragiona Marfella con amarezza – Se ci salveremo, è perché saranno altri a morire al nostro posto». 2/fine






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