Simone Verde


4 maggio 2007
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Ségolène e la via italiana

Presidenziali, intervista all’ex-presidente dell’Unione Europea

 
Jacques Delors

«Quello che sta succedendo nell’Italia di Romano Prodi è esemplare e deve servirci da modello». Questa l’opinione di Jacques Delors, uno dei padri dell’Unione Europea e presidente della Commissione dal 1985 al 1994. «In Francia – afferma Delors – c’è bisogno di maggiore democrazia. La società deve tornare protagonista del cambiamento e deve essere rappresentata correttamente dalle istituzioni e dalla politica». Per questo l’ex ministro di François Mitterrand auspica la formazione di un centro autonomo e la fine del bipolarismo. «Ci vuole più dialogo», ammonisce. Un dialogo la cui protagonista dovrebbe essere proprio Ségolène Royal, «tramite naturale tra la cultura socialista e quella del cattolicesimo sociale».

Come giudica il faccia a faccia di mercoledì?

«Interessante. E per di più inedito. Chi conosce le personalità dei due candidati si aspettava una Ségolène Royal sulla difensiva a fronte di un Sarkozy offensivo. È successo tutto il contrario. Nel complesso, poi, il dibattito è stato inusuale. Non si erano mai visti due candidati scontrarsi in questo modo, e per tutta la durata del faccia a faccia. Se dovessi usare una metafora, parlerei di un incontro di boxe. Un match in cui il candidato della destra, aggredito, a un certo punto ha cominciato a guardare a terra, gli occhi bassi, aspettando che finisse».

Pensa che Ségolène Royal sia riuscita a parlare ai moderati?

«Non sono uno specialista, ma credo di poter dire che ha sopportato bene lo shock ed è riuscita a mostrare in pieno la propria statura politica. L’affondo sugli handicappati, ad esempio, non era stato preparato e la sua collera era spontanea. Era la reazione di una persona toccata su un tasto che le sta a cuore e su un tema che conosce da vicino».

Quale identità politica emerge dagli argomenti della candidata socialista? Si può parlare di un socialismo solidale di stampo cattolico?

«La cultura centrista in Francia ha molte anime e tra questa ve n’è una, nata all’inizio del secolo tra giovani studenti, operai e contadini che chiedevano uguaglianza e giustizia sociale. Molti di questi militanti, poi, sono confluiti nei vari partiti della sinistra, dando vita a una cultura politica che è una specie di fiume carsico che attraversa la storia del paese. Una cultura oggi ricomparsa anche per merito dell’iniziativa coraggiosa di Bayrou. Ségolène Royal è il tramite tra questo mondo cattolico e quello socialista. Lo è in maniera naturale. È l’unica a mettere assieme i principi della condivisione, della convivenza civile e dell’autorità: tutti principi che rappresentano una sintesi tra i valori tradizionali e quelli della società contemporanea».

In molti, tuttavia, lamentano l’assenza di una visione di sistema. Denunciano un pragmatismo politico in contraddizione con le vocazioni tradizionali della sinistra.

«Non sono d’accordo. Come si è visto anche nel dibattito televisivo, Ségolène ha dato prova di una visione complessa. Ha parlato di crescita demografica, di pensioni, di scarsa crescita industriale, di solidarietà sociale e tra le generazioni, svolgendone alcuni risvolti internazionali. Se non ha potuto sviluppare oltre il proprio ragionamento, lo si deve ai limiti strutturali del dibattito: per non sembrare vaga, ha dovuto ricorrere a una certa dose di pragmatismo».

Cosa pensa della sinistra francese? In quale direzione deve intraprendere il rinnovamento invocato da più parti?

«Da un lato c’è l’estrema sinistra che, dopo aver vinto il referendum per la costituzione europea ha perso un’occasione storica e non è riuscita a dare vita a un partito unico. Poi c’è il Ps che dovrebbe scegliere tra la tradizione marxista, socialista e un’ala più pragmatica e liberale».

E il Pd di Bayrou?

«È un partito che, come le dicevo, ha raccolto in parte e con coraggio la tradizione dei movimenti cattolicosociali d’inizio secolo. Vedremo quale sarà la sua base elettorale, ma l’iniziativa è coraggiosa e mira a conferire maggiore rappresentatività alla politica. Dicendo questo mi farò bacchettare ancora una volta dai miei amici costituzionalisti, ma dal mio punto di vista la nascita di un centro autonomo, vicino alla tradizione democristiana europea – un partito che segni la fine del bipolarismo francese come lo conosciamo oggi – è un fatto positivo. Io parto dal presupposto che la politica debba rispecchiare la società e che questa debba essere la vera protagonista del cambiamento. Mi piacerebbe, perciò, un parlamento rappresentativo del paese nelle sue molteplici istanze. Da questo punto di vista, mi sembra che l’Italia di Romano Prodi, con tutto quello che sta succedendo, sia il paese più innovativo e un esempio da seguire».






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