Simone Verde


28 aprile 2007
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Fossi partito democratico…

Presidenziali, intervista con Max Gallo

 
Max Gallo

«Ha ragione Bayrou: per rinnovare la Francia dobbiamo seguire la via italiana. Anche da noi c’è bisogno di un partito democratico che nasca dalla fusione tra i centristi e parte del Partito socialista». Personaggio storico del mitterrandismo, Max Gallo auspica da sempre una Francia forte, all’altezza della sua storia. All’altezza di Napoleone, del generale de Gaulle e di François Mitterrand. Vorrebbe una democrazia moderna capace di raccogliere le sfide del nuovo secolo: globalizzazione, riscaldamento climatico e immigrazione. E per questo ha dichiarato sin da subito la propria simpatia per Nicolas Sarkozy, uomo forte della Francia contemporanea. Ma a qualche giorno dall’espolsione del “fenomeno Bayrou”, sembra aver cambiato idea: «Il Partito democratico – afferma – è l’unico soggetto capace di rompere con il dualismo ideologico tra destra e sinistra. Retrospettivamente la vera novità è rappresentata dal fenomeno Bayrou». Gallo sembra aver cambiato idea ma rimane scettico sulle probabilità che l’operazione Partito democratico giunga a buon fine: «Vedremo – continua – ma ho paura che il sistema politico francese stritoli l’iniziativa centrista».

Prima della campagna, lei ha dichiarato le proprie simpatie per Nicolas Sarkozy, destando lo stupore di molti. Max Gallo è ancora un uomo di sinistra?

«Dipende cosa si intende con questa parola. Come lei sa, sono stato molto vicino a François Mitterrand. Ma il suo socialismo non era esattamente quello del partito. La grandezza di quell’uomo è stata nel riuscire ad avere un doppio linguaggio. Uno infarcito di stilemi marxisti per le masse e per i dirigenti politici; un altro, improntato a un sano pragmatismo sociale, nell’amminsitrazione quotidiana della cosa pubblica. Perciò, riprendendo la sua domanda, se essere di sinistra significa operare nello spirito del miterrandismo, ispirandosi con pragmatismo a pochi principi essenziali, come la giustizia sociale e la convinzione che l’uomo disponga del proprio destino, io sono un uomo di sinsitra. Se, invece, significa aderire religiosamente a un’ideologia, non lo sono. Vede, in realtà molti di questi concetti non hanno più senso. Oggi, ogni principio ideologico è spazzato via dal realizzarsi vorticoso di imprevedibili stravolgimenti epocali. Di fronte a questo acceleramento della storia, che senso ha ormai più il marxismo? E che senso ha ormai più la distinzione classica tra destra e sinistra?»

Ma la sua non è la stessa posizione di Bayrou?

«Sì, l’ammetto. Bayrou ha ragione quando dice che la distinzione tra destra e sinistra non ha più alcun senso: è un atavismo del nostro sistema politico e una gabbia in cui, prigionieri di pregiudizi ideologici, non riusciamo più a risolvere i problemi del nostro tempo».

Più che con Sarkozy, allora, in queste elezioni presidenziali non sarebbe stato meglio schierarsi con Bayrou?

«Ammetto di aver sottostimato il potenziale che Bayrou rappresentava. Sin dall’inizio ero convinto che non sarebbe mai arrivato al secondo turno e in questo i miei calcoli non erano sbagliati. Non immaginavo però che sarebbe riuscito a intromettersi anche nella campagna elettorale per il secondo turno. Che riuscisse a obbligare i due candidati a misurarsi con i suoi argomenti, dimostrandosi così di fatto il vero protagonista politico di questa stagione. Il suo Partito democratico è esattamente quello che ci vorrebbe, per la Francia e per la sinistra. Un partito privo di ideologia ma fondato su alcuni principi umanisti in nome dei quali operare con pragmatismo. Per essere sintetici, ci vorrebbe proprio quello che sta succedendo in Italia, paese che è stato un vero e proprio laboratorio politico per tutto il XX secolo europeo. È da voi che si sono sperimentate, nel bene e nel male, formule che hanno caratterizzato la storia di altri paesi: dal fascismo al Partito comunista, dal centrismo democristiano al populismo mediatico di Berlusconi. Anche da noi ci vorrebbe una Margherita, un partito di centro capace di accordarsi con parte della sinistra per riformarla».

Auspica quindi un accordo tra il Ps e Bayrou e la vittoria di Ségolène Royal?

«Non risponderò a questa domanda. Le dirò soltanto questo: ho paura che il Partito democratico all’italiana che tanto auspico non avrà vita facile. Non ho una stima particolare per la candidata socialista, da professore la considererei una pessima alunna. Non condivido nenache il suo dialogo con l’estrema sinistra. E temo che Bayrou finisca schiacciato, assieme alla sua iniziativa politica, nei meccanismi elettorali del nostro bipolarismo malato. Staremo a vedere».

Fin qui lei si è scagliato contro l’ideologismo della sinsitra. Ma esiste anche una destra liberista non meno ideologica.

«Certo. Quello che sostengo è che bisogna finirla con le religioni politiche e secolari del nostro paese. Bisogna smetterla di guardare alla realtà in maniera pregiudizievole. Che sia il mito della mano invisibile, del mercato che si regola spontaneamente, oppure il sogno marxista della società perfetta, l’approccio è lo stesso. Io vorrei, al contrario, una classe politica che parta da alcuni principi semplici: l’assunto che il mondo è intelligibile, la convinzione che l’uomo può scegliere, almeno in parte, il proprio destino e il diritto, per ciascuno, a una vita decente e dignitosa. E che a partire da questi principi, modelli l’azione politica a seconda delle esigenze del momento. Con un pragmatismo anti-ideologico che ci permetta di raccogliere le sfide che costantemente la storia ci rinnova».






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