Simone Verde


28 aprile 2007
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È lei, il nuovo

Presidenziali, intervista con Jack Lang

 
Jack Lang

«Se Bayrou ha scoperto la giustizia sociale è anche merito di noi socialisti». Questa l’opinione di Jack Lang, leggendario ministro della cultura di François Mitterrand e grande animatore della gauche caviar degli anni Ottanta. «Invece di preoccuparci di perdere voti – aggiunge – dovremmo essere contenti. Se i nostri argomenti conquistano il centro, significa che la crisi della destra è davvero profonda». Caduto in disgrazia durante il governo di Lionel Jospin, Lang è tornato in auge grazie a una battaglia vinta sul campo. Dopo, cioè, aver riconquistato la circoscrizione nord-est, tradizionalmente socialista, ma da tempo passata a destra. Battutosi da allora per il rinnovamento del partito, è stato uno dei principali sostenitori della candidatura di Ségolène Royal. «La nostra campagna elettorale sarà molto semplice – annuncia – Ségolène cercherà di far capire ai francesi che, se dovesse vincere Sarkozy, si continuerà con le politiche disastrose degli ultimi anni».

Quali saranno le parole d’ordine di quest’ultima settimana?

«Saranno quelle di sempre. Giustizia sociale e modernità. Ci esprimeremo ancora una volta per un rinnovamento della nostra democrazia che tenga conto degli stravolgimenti degli ultimi anni, globalizzazione, cambiamento climatico e immigrazione in testa. Attenzione, però, non siamo disposti a negoziare su alcuni principi fondamentali, tra cui figurano la centralità dell’istruzione pubblica, il sostegno della cultura e il ruolo centrale dello stato nel limitare i danni prodotti dall’economia di mercato».

Sono tutti principi che evocano il dibatto in corso per il rinnovamento del partito e della cultura socialista.

«Sì, certo. Ma non si tratta di materia nuova. Sono temi su cui discutiamo da decenni. Quest’immagine di un Ps arroccato su posizioni passatiste è una forzatura. Per quanto riguarda i rapporti tra mercato e socialismo, ad esempio, esiste una riflessione cominciata negli anni Ottanta da Michel Rocard e proseguita da altri. Se abbiamo bisogno di rivedere alcuni punti del nostro programma, questo non significa che, come vorrebbero far credere alcuni, l’identità politica dei socialisti sia in crisi».

Non crede che il Partito democratico di Bayrou rappresenti una minaccia per il Ps?

«No, al contrario. Personalmente sono convinto che più si parla di giustizia sociale, maggiormente si amplia la nostra area di consenso. Eppure, da quando Bayrou ha iterato i suoi attacchi a Sarkozy, s’avverte un clima più sereno in casa Ps. Come se, schierandosi con Ségolène, avesse cessato di essere un concorrente pericoloso. Certo, perché siamo contenti di sentire altri riprendere i nostri argomenti e ci solleva acquisire alleati contro la destra. Ma ciò non significa che temessimo di perdere voti a vantaggio del nuovo partito di Bayrou. Un partito di cui si sa ancora ben poco, di cui non si conosce la classe dirigente, il programma e la composizione sociale. Sabato si dovrebbe svolgere un dibattito pubblico tra Ségolène Royal e il candidato centrista. Verranno affrontati nodi cruciali, ci sarà un confronto franco ed emergeranno anche tutti gli elementi che li distinguono politicamente».

Resta però il dato politico di una sinistra che non riesce più a vincere da sola e che ha bisogno del centro per arrivare al governo.

«Anche questa è una semplificazione inesatta. Mai, in Francia, tranne qualche rara eccezione, la sinistra è riuscita ad andare da sola al potere. In passato, il più delle volte abbiamo potuto governare grazie all’appoggio dei centristi. E anche oggi tutto sta nella nostra capacità di suscitare il buon senso e l’intelligenza dei francesi, spiegandogli una cosa che forse già sanno, e cioè che, malgrado quello che Sarkozy va dicendo in giro, il suo programma è in continuità con il passato, con ciò che i francesi non vogliono più».

Questo significa che la vostra campagna sarà incentrata sul programma piuttosto che sulla demonizzazione del candidato Ump?

«Nicolas Sarkozy, anche preso individualmente, è un personaggio inquietante. Ha una visione autoritaria del mondo e della società. E per questo non ci sembra affatto la persona adatta per occupare il posto di presidente della repubblica. Quanto al programma che propone per il paese: cosa c’è di innovativo? L’ultraliberismo che Chirac ha sempre avuto come punto di riferimento, senza mai applicare fino in fondo? Là dove ci è riuscito, vediamo già gli effetti negativi, tra l’altro stigmatizzati da tutti. Guardiamo al nostro schieramento, invece. Ségolène Royal è una persona giovane e dinamica. È l’unica ad avere un programma riformatore degno di questo nome. È la sola a voler voltare pagina senza ricorrere a scorciatoie autoritarie, e soprattutto, senza voler dividere il paese».

In molti, a sinistra, lamentano un atteggiamento scorretto dei media. Sostengono, ad esempio, che le maggiori reti televisive si sarebbero schierate con Sarkozy. È d’accordo?

«Sì, è vero. Esiste un problema di pluralismo in questa campagna elettorale. Ma non credo che ne sia stata pregiudicata la democraticità del dibattito. Non credo che le simpatie di questo o quell’editore, abbiano complessivamente inficiato la qualità della competizione politica».






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