Simone Verde


25 aprile 2007
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Bayrou ha un altro piano

Presidenziali, intervista con Serge July

 
Serge July

«Bayrou non stipulerà accordi con nessuno. Né con i socialisti e tanto meno con la destra di Nicolas Sarkozy». Secondo Serge July, per oltre trent’anni direttore del quotidiano Libération, il leader centrista investirà il suo capitale politico a lungo termine. «Stando alle informazioni in mio possesso – sostiene l’opinionista di punta della radio lussemburghese Rtl – l’Udf non andrà a un accordo con i socialisti. Resterà fuori dai giochi politici, per raccogliere nel 2012 il malcontento che seguirà a cinque anni di presidenza Sarkozy».

Siamo di fronte a un terremoto politico senza precedenti?

«Direi che stiamo assistendo alla fine di un ciclo politico. Con queste elezioni si chiudono trent’anni di contrapposizione tra socialisti e liberali. Si chiude un’epoca cominciata nel 1970, quella di Valéry Giscard d’Estaing, di François Mitterrand e di Jacques Chirac, per intenderci. E sta per aprirsene una nuova, caratterizzata dalla mondializzazione, dalla crisi economica e dalla crescita strutturale della disoccupazione. Il passaggio a questa nuova fase interpella gli elettori. Mai come negli ultimi mesi si sono venduti tanti giornali, i dibattiti televisivi hanno raggiunto picchi di ascolto senza precedenti e c’è una fame diffusa di informazione e di politica come non se ne vedeva da decenni».

In che modo i candidati in lizza incarnano questa nuova fase politica?

«Sono tutti personaggi in rottura con il passato. Sarkozy è in rottura con il gollismo, con il clan politico di Jacques Chirac e con il liberalismo sociale dell’Rpr. Con l’abilità che lo contraddistingue è riuscito a convincere gli elettori di essere un homo novus malgrado sia al governo da anni. Ségolène Royal, invece, incarna la rottura con il socialismo dei padri fondatori, ma anche con gli attuali dirigenti del partito, quelli che vengono chiamati malevolmente “elefanti”. Quanto a Bayrou, oggi il suo Udf rifiuta l’alleanza sistematica con la destra. E rompe con quel moderatismo senza ambizioni che costituisce l’identità tradizionale del suo partito».

Quali sono le possibilità che Royal venga eletta?

«A mio avviso sono scarse. Per ragioni puramente algebriche. Per essere eletta presidente della repubblica, la candidata socialista dovrebbe riuscire a intercettare il 55 per cento degli elettori di François Bayrou. Impresa che mi pare disperata. E questa volta le previsioni non dovrebbero essere smentite, visto che i sondaggi si sono rivelati tutti più o meno giusti.
Intervistato sulle pagine di questo giornale, Bernard Kouchner auspicava ieri un’alleanza di governo tra Royal e Bayrou. Le sembra una prospettiva realizzabile? Sinceramente no. Non mi stupisce che parte dei socialisti teorizzi la necessità di questo accordo ma non credo proprio che sia nell’interesse di Bayrou. Stando alle informazioni in mio possesso, Bayrou intende investire sulla sconfitta dei socialisti per incarnare l’opposizione a Sarkozy negli anni della sua presidenza, raccogliere il malcontento e diventare capo dello stato nelle elezioni del 2012. L’obiettivo del partito comunista degli anni ‘50, i cui dirigenti dicevano di voler “spiumare i socialisti”, è ora diventato la priorità politica di Bayrou. L’operazione è rischiosa.
Perché potrebbe portare all’implosione dell’Udf. Se, come credo, il candidato centrista non farà accordi con nessuno, infatti, perderà buona parte dei suoi venti deputati e all’Assemblea Nazionale si ritroverà alla guida di una pattuglia di resistenza».

Lei crede che l’Udf lo seguirà compatto su questa strada?

«Compatto no. Molti parlamentari e notabili sono pronti a passare con Sarkozy. Ma è anche vero che, nella provincia, l’Udf ha sempre incarnato la resistenza di settori della destra alla divisione clanica del potere perseguita dall’Rpr. Ne è una prova il fatto che l’Udf ottenga sempre risultati migliori nelle consultazioni locali. Lo zoccolo del partito, quindi, potrebbe resistere alla prospettiva di una sconfitta alle politiche e seguire il suo segretario nella sua strategia di lungo termine».

Il fenomeno Bayrou è destinato a durare?

«La mia opinione è che sia legato esclusivamente a queste elezioni presidenziali. Sono molti a destra e a sinistra ad aver votato Bayrou Perché scontenti dei loro rispettivi candidati. E con questo voto gli elettori hanno bocciato la prospettiva centrista di un accordo tra i due schieramenti. E hanno ribadito che vogliono poter scegliere tra due opzioni chiare e distinte».

Eppure il 18 per cento dei voti raccolto da Bayrou è visto come un risultato straordinario.

«Si dice questo, è vero. ma a torto. Alle elezioni locali, regionali, comunali e provinciali, l’Udf raggiunge sempre il 10-12 per cento. E le ricordo che alle elezioni presidenziali del 1995, Éduard Balladur, allora interprete del voto centrista, raggiunse anche lui il 18 per cento».

Se queste sono le intenzioni di Bayrou, quali sono le prospettive future del Ps? Come potrebbe riuscire a sopravvivere politicamente alla sconfitta?

«Non credo si debba precipitare l’analisi. Tutto dipende dal tipo di sconfitta che Ségolène Royal subirebbe. Se perdesse con una percentuale di voti attorno al 45 per cento, allora la sua leadership sarebbe in crisi e nel partito si aprirebbe una guerra civile che rafforzerebbe il candidato centrista. Se dovesse perdere con il 48-49 %, invece, sarebbe consacrata capo indiscusso dell’opposizione, avrebbe i numeri per portare avanti il rinnovamento del partito e taglierebbe le gambe a ogni investimento per il futuro di Bayrou e dell’Udf».






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