Simone Verde


24 aprile 2007
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E adesso l’intesa

Presidenziali, intervista con Bernard Kouchner

 
Bernard Kouchner

«Un patto con Bayrou per rilanciare l’Europa e riformare la Francia». È l’auspicio di Bernard Kouchner, socialista, ministro della sanità nel governo Jospin e alto rappresentante dell’Onu in Kosovo all’epoca della guerra nell’ex Jugoslavia. «I francesi hanno parlato chiaro e vogliono un cambiamento. Basta con l’artificiosa contrapposizione tra destra e sinistra. Ora dobbiamo ascoltare il loro messaggio», afferma ad Europa. Sostenitore della prima ora di Ségolène Royal, membro del suo comitato elettorale, Kouchner gode di una popolarità che valica steccati e schieramenti. Ha una visione complessiva del suo paese che gli permette di delineare prospettive prive di pregiudizi politici e aperte a soluzioni inedite. «La Francia è un paese sano – rassicura – Sarkozy non è un pericolo e un accordo con l’Udf non sarebbe una catastrofe. Al contrario. È un’occasione storica per il nostro futuro».

L’alta affluenza alle urne è stata salutata da tutti come una prova di vitalità della democrazia francese. Non potrebbe essere la reazione di una società divisa e preoccupata?

«È vero, un’alta affluenza alle urne può essere dovuta a un clima d’incertezza e di scontro; alla preoccupazione di un paese diviso in cui ogni fazione teme che l’avversario arrivi al potere. Ma questa non è la situazione della Francia. Domenica, mentre decine di milioni di elettori andavano a votare, non si è registrato nessuno scontro. Malgrado un certo pessimismo diffuso, la democrazia francese non è in pericolo. L’unico pericolo serio che corriamo è quello di perdere peso in Europa e nel mondo. È perciò ora che si facciano le di riforme di cui si è discusso in campagna elettorale e la cui importanza ha spinto molti cittadini ad andare a votare».

Eppure, nei discorsi pronunciati domenica da Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal, emergeva il ritratto di un paese in profonda crisi, sociale e identitaria.

«I due discorsi di cui lei parla erano tra i peggiori che sono stati scritti dall’inizio della campagna. Erano pessimisti, mettevano l’accento soltanto su quello che non funziona e restituivano l’immagine di un paese in profonda crisi. Le cose per fortuna stanno diversamente. Vedrà, i due avranno modo di fare dichiarazioni migliori».

Cosa pensa di Bayrou? L’apparizione di un centro autonomo è un fenomeno stabile o il risultato effimero di un clima politico contingente?

«Difficile rispondere. Alcuni sostengono che il suo successo sia dovuto allo scontento degli elettori di destra e di sinistra, insoddisfatti dei loro rispettivi candidati. Non credo a questa analisi perché l’Udf è una forza politica che ha una lunga storia dietro le spalle. Comunque sia, la risposta verrà nei prossimi giorni. Tutto dipenderà dalla fi- sionomia politica che Bayrou vorrà dare al suo partito. Se rimarrà legato alla destra non cambierà nulla. Se cercherà alleanze a sinistra, invece, potrebbe giocare il ruolo di un centro indipendente».

Lei, quindi, auspica un’alleanza tra Ps e Udf?

«Sì, l’ho dichiarato più volte. Secondo me Ségolène avrebbe torto a non aprire a Bayrou. È la sola speranza residua perché in Francia tornino ad essere protagoniste politiche di stampo social-democratico europeo. Quella di Ségolène è una responsabilità storica di cui credo sia perfettamente cosciente: il nostro obiettivo non può essere soltanto quello di sconfiggere Nicolas Sarkozy, ma deve essere anche quello di dare un futuro alla sinistra e all’Europa. È mia convinzione, perciò, che occorrerebbe un vero e proprio accordo politico più che elettorale. Un accordo di governo con Bayrou che preveda una piattaforma comune per risollevare il paese dalla crisi sociale e per riproporre una politica socialista che limiti i danni provocati dall’economia di mercato».

Secondo lei, un esecutivo Udf-Ps potrebbe rilanciare il processo di unificazione europeo?

«Certo. Guardi la storia dell’Ue, l’unica iniziativa sensata e importante che la mia generazione ha compiuto: è il frutto di partiti social-democratici e democristiani. Oggi l’alleanza tra queste due culture è l’unica strada per far uscire la Francia e l’Europa dalla crisi. Ma ripeto. per fare ciò non ci vogliono accordi stipulati nei corridoi o dietro le quinte. Ci vuole un patto chiaro da proporre agli elettori. D’altronde non sarebbe la prima volta. Già in passato, esponenti di spicco dell’Udf hanno partecipato a governi di sinistra come quello di Michel Rocard, Edith Cresson e Pierre Bérégovoy. Comunque sia, Bayrou ha annunciato che in settimana scioglierà il riserbo e renderà pubbliche le sue intenzioni. Aspettiamo e vedremo».

Alla luce dell’interesse raccolto da Bayrou come giudica la campagna di Ségolène Royal? Concorda con chi l’accusa di aver inseguito Sarkozy sul suo terreno, perdendo la sinistra e disorientando gli elettori moderati?

«Critiche come questa mi sembrano ingenerose. La sua campagna elettorale è stata molto buona. Lo prova anche il risultato ottenuto che è ottimo. È stata una campagna elettorale appassionante, condotta sul terreno, incontrando centinaia di migliaia di cittadini, sul modello di Romano Prodi e del suo giro d’Italia in autobus e del suo Cantiere. All’epoca fui un grande estimatore della sua iniziativa, ora ripresa da Ségolène. La sua è stata una campagna elettorale basata sui problemi concreti della gente. Molti elettori lo hanno capito e, proprio apprezzando questo spirito, turno la sinistra la sostiene compatta per il secondo turno».






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