Simone Verde


10 aprile 2007
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L’odissea dello “slam”, la rivolta in versi nella Parigi emarginata

La rivolta in versi nella Parigi emarginata

 
L’odissea dello “slam”, la rivolta in versi nella Parigi emarginata

«Voglio fare uno slam perché Ulisse è stanco, voglio fare uno slam perché la sua voce ha qualcosa da dire, Ulisse pensa ai suoi fratelli che affogano in mare, Ulisse pensa ai suoi fratelli che si strappano la pelle sulle reti metalliche delle frontiere». Secondo Benoît Izard, slameur di punta della scena parigina, Ulisse è ognuno delle migliaia di emigranti che ogni giorno attraversano il Mediterraneo su barchette alla ricerca di una patria ospitale. Di un paese che dia loro dignità, un tetto e del pane. Con un po’ di retorica, forse, ma secondo lui Ulisse oggi si chiama Kamel, Nazim, Mouhammad o Khaled. Esattamente come i numerosi poeti urbani suoi colleghi, convenuti in una sera di aprile in un café della Goutte d’or. Siamo nel quartiere che, collegato soltanto da un ponte di ferro all’est di Parigi, si estende fino al boulevard de Barbès. Un quartiere da sempre abitato da africani e maghrebini, trasformato in una specie di suk grazie a mercati traboccanti di frutta, e diventato da poco l’ultima frontiera della speculazione edilizia.

Un tempo le piazze di questo quartiere era il regno dei bambini, ma chi ci si trovasse a passare oggi sentirebbe il rumore dei martelli pneumatici, delle gru e delle ruspe all’opera nel tentativo di recuperare i bei palazzi hausmaniani con vista su Montmartre. E con la determinazione di spingere immigrati e poveri al di là del boulevard périphérique. Eppure il quartiere resiste. E si ritrova in un piccolo caffè della rue Affre assieme ai tanti slameurs invitati per dare voce alla protesta e alla rivolta. Per lo più algerini, come Kamel, detto il camaleonte, oppure Karim detto il gancio. Ma anche europei come Maria, figlia di immigrati di un piccolo paese della Calabria, che abita in Francia da ormai quindici anni. C’è anche un russo, Vladimir, poeta di quartiere, e qualche artista francese, tra cui una ragazza giovanissima della rive gauche venuta a dimostrare, Opera da tre soldi alla mano, che Bertold Brecht fu il primo slammeur della storia.
Non a torto. Anche negli Stati Uniti, dove è nato, infatti, lo slam si è da subito offerto come una sintesi efficace di tradizione poetica americana (quella che faceva capo a Walt Whitman o Allen Ginsberg), cultura afro-americana e punk. Un melting pot tipico di una società fortemente urbanizzata in cui i generi letterari venivano aboliti, a vantaggio dell’espressione diretta del malcontento sociale e della rivolta etica. In Francia il fenomeno è arrivato negli anni Novanta. Invadendo café bar, locali di ogni genere, e perfino i corridoi della metro. Favorito dalla tradizione orale delle culture maghrebine, dai tanti cantastorie originari dell’Africa subsahariana, ma anche dal lirismo moralista di certa poesia francese. E su questo terreno si è sviluppato.
«Mi hanno detto di quella donna che ha perduto un bambino, mi hanno detto di quel nonno arrestato perché clandestino davanti al suo nipotino fuori scuola, mi hanno detto dei camion dei celerini, mi hanno detto delle botte che gli hanno dato, mi hanno detto delle lacrime che quel bambino cinese davanti scuola ha versato». È fresco di alcuni giorni l’episodio che Kamel ha messo in slam. Un nonno cinese aspetta suo nipote davanti a una scuola di Belleville. La polizia l’arresta. La folla si solleva e le forze dell’ordine finiscono in ritirata sotto una pioggia di insulti e di oggetti lanciati dai genitori inferociti. «È solo un episodio – dice Jamila al pubblico del café – ogni giorno assistiamo a retate come questa ». Intanto un militante del Partito socialista tenta di distribuire volantini ed è subito fi- schiato. «Ségolène e Sarko, due facce della stessa medaglia», si alzano urla: «Fu o r i ! » , «Raus», «Casse-toi!».
Al presentatore della serata, un giovane vestito in pantaloni argentati, stivali con il tacco e maglietta punk nera strappata, il compito di riassumere la filoso- fia del gruppo: «Vi ricordo che siamo qui perché nessuno ci va bene. Perché sono uno peggio dell’altro. Perché l’unica rivolta che ci resta è quella contro il sistema ». La confusione politica è al massimo.
E lo slam si trasforma così nel canto impotente di una società che muta senza riuscire a decidere del proprio destino.
Una delle poetesse espone i drammi quotidiani della sua vita di casalinga in un quartiere difficile: si passa così dalle tensioni sociali e politiche a quelle esistenziali di una popolazione ripiegata su se stessa in un lirico fatalismo. «La mattina mi sveglio, esco a fare la spesa e leggo: quartiere sensibile. Non ci sono solo delinquenti in questo quartiere sensibile: Ci siamo anche noi. Quartiere sensibile. È vero ci sono molti drogati. Quartiere sensibile. Dove sono i quartieri insensibili? » Risate e applausi. Nel frattempo dalla Gare du Nord, non molto distante, arrivano gli echi confusi degli scontri tra polizia e giovani in rivolta per un trentenne privo di biglietto. Nel caos delle informazioni contraddittorie di quel 28 aprile qualcuno propone un brindisi. Ne esce qualche insulto alla polizia e al suo ex-ministro.
Ma si è fatto tardi. Sulla pista s’affrettano le performance. E a chiudere la serata arriva lo slam del Camaleonte: «Ero un ladro. Di notte entro nelle case, di giorno infilo la mano nelle tasche. Ero un ladro. La vecchietta all’angolo della strada? Non ha più la sua borsetta. I miei soldi? Tutti sotto il materasso. Ero un ladro Un giorno la polizia m’acchiappa. Mi toglie ogni quattrino dal materasso. Ero un ladro e passo il mio tempo in galera. Poi il magistrato incaricato del mio reinsiremento mi chiede: che vuoi fare fruttivendolo, spazzino o droghiere? Vostro onore, ma che mestieri sono questi? Slameur!»






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