Simone Verde


19 gennaio 2007
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Un potere chiamato desiderio

In un libro, Sarkozy sotto la lente della psicopolitica

 
Un potere chiamato desiderio

«Sarkozy ama il potere o la Francia?», si chiedeva la scorsa settimana Christophe Barbier, editorialista di punta dell’Express, sintetizzando il rovello di milioni di francesi, incuriositi ma anche insospettiti da questo figlio di immigrati asceso con una rapidità senza precedenti alle più alte sfere della Repubblica. Così, per soddisfare curiosità, per dissipare o confermare dubbi, nelle ultime settimane sono apparse in rapida successione inchieste, biografie, profi- li psicoanalitici, ritratti pubblici e privati. Un fenomeno politico ed editoriale del tutto inedito per un paese in cui la stampa si è sempre astenuta dalle vicende personali degli uomini politici. Pile di riviste, libri e inserti accatastati in edicole stipate nelle cui vetrine appare la pubblicità dei maggiori settimanali che titolano e aprono, ovviamente, sulla vita del leader. «Tutto quello che non vi è stato mai detto di Sarko», titola una. «Vi racconteremo la giovinezza di un capo », promette un’altra. La biografia più venduta e più discussa è distribuita dal settimanale di politica Le Point. Il suo titolo è eloquente: «Un potere chiamato desiderio». A scriverla è Catherine Nay, pedo-psichiatra, ma anche giornalista, già autrice di un celebre ritratto di François Mitterrand.

Con questa sua ultima fatica la Nay, fine psicologa dei salotti parigini, ricostruisce l’infanzia del candidato presidente per capire se sia attaccamento per la cosa pubblica il suo, o semplice desiderio di potere. «Per tutta la sua vita – scrive la giornalista – è stato spinto dall’ambizione di essere il primo e di riuscirci solo contro tutti». Un’ambizione nata dal desiderio di rivalsa di una famiglia dell’alta borghesia ungherese, emigrata in Francia con l’arrivo del comunismo e decaduta.

Una brama di potere scaturita dal rapporto difficile con il padre e dalla competizione sfrenata con il fratello maggiore: «Quando il secondo subisce le pressioni dal fratello maggiore – scrive Nay – sviluppa un’ambizione sfrenata a superarlo. Risultato: non sopporta più la dominazione degli altri».
Una volta chiarito il meccanismo psicologico del candidato Sarkozy, ecco svelato il motore dell’ascesa che lo porterà a soli ventisette anni da semplice iscritto all’Rpr (il partito gollista) di Neully sur Seine – città alto borghese della periferia parigina – a sindaco della città, grazie ad accordi di dubbia natura, stretti con alcuni consiglieri comunali di estrema destra. Un’elezione che gli varrà l’interessamento di Jacques Chirac, allora sindaco di Parigi. La frequentazione del clan Chirac cominciò rapidamente a dare i suoi frutti. Sarkozy, di cui vengono apprezzate le doti organizzative, entra a pieno titolo nei vertici della destra francese, nel 1993 viene nominato ministro nel governo Balladur e si lega in intima amicizia con la figlia di Jacques, Claude Chirac. Nonostante Sarkozy sia sposato con Cécilia, i due non smettono di vedersi e di lavorare assieme, e il loro sodalizio gli permette di essere accolto in famiglia. Il rapporto con gli Chirac si fa talmente stretto che Claude dirà di lui: «No, non è Alain Juppé il figlio preferito di mio padre. Se un figlio prediletto esiste, questo è Nicolas Sarkozy».

Nel 1995, il voltafaccia. Al momento della designazione del candidato alla presidenza della repubblica, a sorpresa, si schiera con il suo primo ministro Eduard Balladur, puntando sulla sconfitta di Chirac nelle primarie del partito. Il calcolo è semplice: Sarkozy non sopporta più di essere sotto tutela e investe sulla fine prematura del suo padre politico nella speranza di accelerare la successione. «Ancora una volta – afferma Catherine Nay – quell’insofferenza maturata nell’infanzia lo spinge verso l’ascesa ». Ma il calcolo si rivela sbagliato. Nel 1995 Chirac viene eletto presidente della Repubblica e il traditore viene messo ai margini della politica nazionale. Anni duri in cui Sarkozy intraprenderà una lunga traversata del deserto senza però darsi mai per vinto. Appro fittando dell’impopolarità del presidente della repubblica, del degradarsi della sua immagine pubblica minata da molteplici scandali, riesce a ritagliarsi l’immagine di uomo fattosi da solo, vittima dello snobismo e dei traffici del clan al potere. Riesce a diventare il simbolo di una Francia nuova e meritocratica, stufa dei riti di una gestione oligarchica del potere. Sarkozy riesce in tutto questo grazie a un uso sapiente dei media. Da ministro degli interni diventa popolare grazie a incursioni in diretta televisiva nei commissariati delle periferie parigine e a cifre sulla riduzione della delinquenza diffuse in conferenze stampa affollatissime (e poi smentite dall’Osservatorio nazionale sulla delinquenza). Un presenzialismo che affascina ma insieme insospettisce (in un recente sondaggio il 51 per cento dei francesi dice di non fidarsi di lui). Da cui la curiosità e la paura che alimentano il successo di biografie, profili psicologici, ritratti pubblici e privati. Curiosità tipica più di una campagna elettorale americana. Segno che l’ascesa di Sarkozy coincide con un profondo cambiamento antropologico in uno statalismo francese destrutturato dal mercato, in cui si comincia a parlare di stato-azienda, di efficientismo nella pubblica amministrazione e in cui una classe di nuovi ricchi in ascesa vorrebbe l’abolizione dell’Ena, delle Grandes Ecoles e di tutte quelle istituzioni che per decenni hanno permesso la successione delle stesse buone famiglie alla gestione del potere.

Ma Sarkozy è davvero l’homo novus, il campione di una moderna meritocrazia? In una lettera a Chirac apparsa sul settimanale l’Echos e firmata con uno pseudonimo, il candidato della destra scrive: «Non ho mai cessato di essere chirachiano. Lo sono stato seguendo scrupolosamente il tuo esempio e per questo trovo sia ingiusto accusarmi di averti tradito. Eri membro della famiglia gollista quando hai tradito Jacques Chaban-Delmas per Valéry Giscard d’Estaing. E quando fu necessario tradire questi hai esitato, dopo che ti aveva nominato primo ministro? […] Ho scelto male è vero. Ma pensavo che avrei potuto vincere. Pagherò tutta la vita per un errore di previsione?».






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