Simone Verde


21 ottobre 2006
Twitter Facebook

Cattedrali senza deserto

Il futuro dei musei in una mostra al Maxxi di Roma

 
Cattedrali senza deserto

Quale futuro per i musei del XXI secolo? Questo il tema della mostra Museums, musei nel XXI secolo. Promossa dalla direzione generale architettura e arte contemporanee e dallo stesso Museo nazionale delle arti del XXI secolo (Maxxi), dov’è ospitata fino al 28 ottobre, la mostra è anche l’occasione per un bilancio sugli orientamenti emersi dopo le numerose e contraddittorie esperienze degli anni novanta.Negli ultimi decenni, infatti, da istituzione élitaria dedita alla tutela del patrimonio il museo è diventato una vera e propria azienda. I primi a muoversi in questa direzione furono i paesi anglosassoni, le cui amministrazioni neoliberiste spingevano curatori e sovrintendenti a dimostrare sul mercato l’utilità sociale del proprio lavoro. L’idea di partenza era che, assecondando i gusti del pubblico, si sarebbe assicurato tanto il funzionamento democratico dell’istituzione quanto la sua indipendenza dal potere politico. I risultati furono immediati: i musei cominciarono a seguire strategie di marketing e a differenziarsi per coinvolgere fette di mercato sempre maggiori. Ne sono nati esperimenti di ogni genere: una pluralità contraddittoria di modelli tutti in concorrenza tra loro.

L’esperimento più emblematico di questa stagione fu il Guggenheim di Bilbao, che divenne un autentico polo turistico. L’edificio di Frank O. Gehry era la punta d’eccellenza della politica di globalizzazione di Thomas Krens, economista (non a caso) e direttore della Guggenheim Foundation, che avrebbe voluto intercettare i proventi di un mercato del turismo sempre più vasto. Il progetto prevedeva sedi a Seoul, San Pietroburgo, Las Vegas e altre ancora. Poche di queste sono state realizzate, mentre la fondazione si trovava a gestire spese che salivano di pari passo con gli investimenti e incontrava difficoltà che finivano per incrinare il legame tra arte e mercato da cui era partita.
Il sopraggiungere della crisi, intanto, permetteva di fare qualche bilancio. Il museo di Bilbao, sebbene opera di notevole qualità e impatto architettonico, mostrava problemi di carattere museologico. Sale concepite male, collezioni insufficienti, muri ricurvi cui non era possibile attaccare un quadro. L’immagine mediatica aveva preso il sopravvento, e lo stesso stava accadendo negli edifici costruiti seguendo il suo modello. Il museo non svolgeva più correttamente il proprio ruolo di conservazione, e da istituzione aperta si era rivelato depositario di una nuova ideologia: quella del mercato.

Come coniugare rigore e dialogo con la società? È questa la domanda del dopo-Bilbao. Negli ultimi anni si è tentato di fornire una risposta intessendo un rapporto sempre più stretto tra nuovi edifici e contesto urbano. Come nel caso della Pinakothek der Moderne di Monaco, di Stephan Braunfels. L’architetto è tornato alla struttura classica del museo tedesco (quella dell’Altes Museum di Schinkel), ma l’ha resa trasparente, grazie a grandi vetrate aperte sull’esterno, e l’ha fatta attraversare da una vera e propria strada che integra l’edificio ai percorsi pedonali. L’esempio di Braunfels ha fatto scuola, e molte sono le architetture sorte riaffermando un’immagine classica, ma concepite in relazione con il mondo circostante.
La questione irrisolta, però, restava il rapporto con la democrazia. Come può il museo svolgere il suo ruolo istituzionale senza farsi strumento della cultura dominante? L’esperimento liberista, infatti, aveva mostrato il suo fallimento: non bastava assecondare il gusto del pubblico per farne un’istituzione pluralista e il più possibile rappresentativa dell’irriducibile identità culturale di cui ogni individuo è portatore. Nato per esaltare la grandezza storica della nazione, il museo era ora diventato l’emblema del legame ideologico tra mercato e democrazia. Come uscire dall’empasse? Secondo alcuni, legando il concetto di museo all’ottica liberale del servizio pubblico – come dimostra l’approccio scelto da Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal per ristrutturare gli spazi del Palais de Tokyo di Parigi.

Gli architetti, in sinergia con i sovrintendenti, hanno lavorato ad uno spazio pubblico pronto ad accogliere artisti di ogni genere, un museo senza collezioni che rinunciasse alla promozione di un’arte ufficiale. Lo spazio espositivo si organizza attorno alle opere di volta in volta ospitate e i servizi sono affidati a strutture mobili la cui precarietà vuole evitare il costituirsi di qualsiasi retorica museologica. Un approccio analogo è stato scelto dal National Art Center di Tokyo di Kisho Kurokawa. L’edificio, un’onda di vetro aperta sull’esterno, si presenta come un immenso spazio vuoto, un garage dalle pareti articolabili a seconda delle esigenze degli allestimenti. Un contributo essenziale, poi, è assicurato dalle fondazioni private, che hanno il merito di rappresentare collezioni costruite attorno al gusto di un collezionista – e non alle convinzioni teoriche o ideologiche di un conservatore. Fondazioni che per questa loro natura svolgono un ruolo complementare a quello dello stato, e offrono spesso soluzioni originali e innovative. Come nella giapponese Casa Benesse per l’arte contemporanea di Tadao Ando, o nel Centro Paul Klee di Berna di Renzo Piano, i cui edifici sono oggetto della mostra.

Dialogo con la società e pluralismo sono i principi del museo del XXI secolo che emergono dalla mostra del Maxxi. E sebbene qualcuno si interroghi sul ruolo che questa istituzione potrebbe avere per una rinnovata identità dell’occidente, la ricerca architettonica sembra dirigersi nella direzione opposta: minimizzando l’impatto degli edifi- ci, per rispettare la molteplice identità delle opere e promuovere il suo ruolo di servizio pubblico.






0 Commenti



Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>