Simone Verde


8 settembre 2006
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Cultura senza natura

La Biennale di Architettura di Venezia

 
Cultura senza natura

Oggetto di polemiche, accusata di un approccio mondano al serissimo problema dell’incontenibile sviluppo delle aree urbane del pianeta, la biennale di Richard Burdett ha un merito indiscutibile. Quello di rendere evidenti, in tutta la loro drammaticità, le conseguenze di un’economia globalmente de-regolata e sottratta al controllo della politica. Le rappresentazioni statistiche presentate nelle Corderie, infatti, benché non siano inedite, presentano al grande pubblico una fotografia del pianeta fatta di degrado e di macroscopiche ingiustizie. L’America del nord e l’Europa sono responsabili di oltre il 50 % delle emissioni di anidride carbonica, mettendo a repentaglio l’equilibrio ambientale per sé e per il restante 83 % della popolazione mondiale, per altro esclusa dallo sviluppo all’origine di queste emissioni; un occidentale ha diritto a una vita lunga due volte quella di un africano (75 anni contro 30-35); il consumo energetico di un abitante degli Stati Uniti è 200 volte superiore a quello di un cittadino africano, eccetera.

Alla distribuzione sproporzionata delle risorse corrisponde un’espansione caotica delle città che di questo passo, nel 2050 ospiteranno il 75 % degli abitanti del pianeta. Milioni di persone mobilitate dalla concentrazione della ricchezza e che, in un’economia altamente meccanizzata e informatizzata, si riversa in aree di servizi. Milioni di persone seguite da altrettanti milioni che fuggono la miseria dovuta alla redistribuzione irrazionale di un’economia impazzita. Le conseguenze ambientali e sociali sono macroscopiche. Secondo uno studio della New economics foundation di Londra – per riprendere uno dei tanti citati – il Regno Unito nel 2004 avrebbe esportato in Germania 1500 tonnellate di patate e avrebbe importato, sempre dalla Germania, 1500 tonnellate dello stesso prodotto; avrebbe esportato 463 tonnellate di pan di zenzero, ma ne avrebbe importato 460 dello stesso prodotto; avrebbe inviato in Francia 10200 tonnellate di latte e di panna e avrebbe importato, sempre dalla Francia, 9900 tonnellate degli stessi prodotti. Tutte mobilità inutili, all’origine di consumi energetici non necessari, di inquinamento, di concentrazione di ricchezza nei centri urbani in cui queste merci vengono gestite e di destrutturazione dei tessuti sociali tradizionali. Se la maggior parte della popolazione si concentra ormai nelle città – si chiedono i curatori della biennale – intervenire su di esse non significa intervenire su tutta la società? Non è forse l’unico modo di far politica nel mondo dall’economia globalizzata? E quale contributo può dare l’architettura?
Ventiquattro megalopoli

La mostra prende in esame 24 delle megalopoli più importanti del pianeta, tutte confrontate a problemi analoghi: sovrappopolazione, crescita caotica della superficie urbanizzata, disgregazione sociale, degrado. Sono megalopoli come Los Angeles, New York, Londra, San Paolo, Tokyo o Bogotá. Megalopoli, in cui sono in corso progetti di risanamento per risolvere i danni dell’espansione incontrollata degli ultimi decenni. In città come Tokio, New York o Los Angeles, la cui espansione è di più vecchia data, priorità degli amministratori è di intensificare il trasporto pubblico e di utilizzare gli spazi lasciati liberi dalla cementificazione anarchica per fornire servizi e ricucire un tessuto urbano altrimenti discontinuo. Per rispondere a queste esigenze, Londra e Barcellona propongono un ritorno ad architetture verticali che, concentrando la popolazione al centro della città, permetterebbero di ridurre i consumi legati al trasporto e favorirebbero la coesistenza di classi sociali diverse.

Tutt’altra la realtà di megalopoli come San Paolo o Bogotá, la cui espansione è avvenuta in tempi più recenti. Come riuscire a bonificare vaste aree di bidonvilles senza riprodurre gli errori del passato? Fino a pochi decenni fa, infatti, si sarebbe scelta la demolizione e la costruzione di quartieri nuovi situati in mezzo a spazi verdi, e dotati di tutti i confort necessari alla vita dell’ “uomo moderno”. Architetture che, imponendo lo stesso modello di benessere a milioni di individui diversi gli uni dagli altri, si sono poi rivelate vere e proprie macchine autoritarie il cui degrado è sotto gli occhi di tutti. Sulla scorta di questi fallimenti alcuni hanno cominciato a studiare le bidonvilles e hanno ipotizzato che la struttura che le caratterizza favorisca la formazione di vincoli sociali. Questi quartieri – è la conclusione – forse non vanno distrutti ma bonificati. Èd è proprio quello che hanno tentato di fare a Bogotá e a Caracas. Zone abusive già esistenti sono state collegate con il centro, vi sono state costruite fogne, strade, scuole, centri sportivi e biblioteche. I risultati sono notevoli: il tasso di delinquenza e di omicidi si è drasticamente ridotto, i legami umani e familiari sono stati preservati e rafforzati, fornendo un esempio di risanamento urbano e sociale.
Un’architettura “liberale”
Gli esempi di Bogotá e di Caracas sono quelli più innovativi. Più innovativi nella concezione urbanistica ma anche estetica poiché rinunciano all’elaborazione di una retorica sociale del potere, contrapponendosi anche fisicamente all’estetica globale di quegli edifici sofisticati con cui si celebra la complessità dell’economia informatizzata. Con le proprie scuole e palestre, costruite in quartieri di fortuna, poi, gli architetti hanno rinunciato a coinvolgere le popolazioni in esperimenti modernisti. E hanno inaugurato un approccio liberale all’architettura in cui lo Stato, stabilendo regole di sviluppo e promuovendo equità sociale, lascia poi a ciascuno la libertà di concepire lo spazio in cui vivere.

Ma anche in questi casi positivi l’architettura non può, da sola, affrontare i problemi della de-regolazione economica di cui la crescita abnorme delle aree urbane è soltanto uno degli aspetti. Ed è proprio di questa incapacità progettuale che la biennale viene accusata. Un’incapacità, però, che può essere vista come una denuncia d’impotenza rivolta alla società e alla politica. «In un’epoca in cui un sempre maggiore numero di persone, di opportunità economiche e di problemi si concentra nelle città – scrive l’urbanista Saskia Sassen – dobbiamo indagare in quale modo si possa promuovere una forma di governo globale». Che equivale a dire: non basta bonificare quartieri di fortuna e pensare nuove forme di habitat se contestualmente non ci si preoccupa di governare quei meccanismi che continuerebbero a produrre danni, miseria e altro degrado urbano da risanare.






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