Simone Verde


7 settembre 2006
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Il paradosso italiano

Biennale di Architettura di Venezia, i padigiloni nazionali

 
Il paradosso italiano

Oltre al percorso delle Corderie, in cui viene presentato il tema dell’edizione in corso, anche quest’anno l’area dei Giardini ospita i contributi dei paesi partecipanti. Tra cui spicca, per originalità, il padiglione francese curato da Patrick Bouchain. Le proposte avanzate da questo padiglione ai problemi del degrado urbano non sono forme architettoniche e urbanistiche nuove, ma un esempio di gestione ecologica e democratica di spazi già esistenti. Il padiglione, infatti, allestito con strutture metalliche prefabbricate, sarà abitato durante tutta la durata della biennale da un collettivo. L’energia elettrica utilizzata proviene tutta da pannelli solari mentre il trattamento delle acque è sottoposto a criteri anti-inquinanti e di risparmio. Il padiglione, in cui sono state create una cucina, uno spazio collettivo per dormire e perfino una sauna finlandese, privilegia l’uso di materiali e di tecniche costruttive compatibili con l’ambiente.

Di tutt’altro genere, invece, il contributo della Cina (per la prima volta presente alla biennale) con un’istallazione basata sull’intelligenza costruttiva, la qualità estetica ed ecologica della sua architettura tradizionale. Si tratta di un tetto di trecento metri quadrati costruito su un’impalcatura di bambù e su cui corre una passerella che permette lo sguardo dall’alto. La proposta cinese è, senz’altro una delle più vicine allo spirito della mostra ma, nel momento in cui città come Pechino vengono rase al suolo per far spazio a grattacieli di cattiva qualità, suona un po’ come un’adulazione ipocrita al pubblico della biennale.
Enigmatico, infine, il padiglione italiano. Oltre ai progetti di metropolitane di Napoli e alle proposte di recupero di centri urbani del sud attraverso il ritorno di materiali tradizionali, il contributo più importante del nostro paese è il padiglione consacrato ad una nuova città da fondare tra Verona e Mantova. Vema, sarebbe il suo nome, luogo di intersezione tra le direttrici Palermo-Berlino e Lisbona-Kiev. Mentre buona parte della mostra si affanna a proporre soluzioni per periferie devastate da più di cinquant’anni di architetture moderniste, nel padiglione italiano ci viene riproposta una città ideale che rivendica la sua discendenza da quelle greche antiche, rinascimentali e novecentesche. Una serie di torri-palazzi in quartieri-giardino, seducenti sul grande plastico in cui appaiono come bei volumi bianchi, ma di cui dovremmo ormai conoscere abbastanza l’aspetto reale.






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