Simone Verde


21 giugno 2006
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Un clan mafioso a Teheran

Intervista all’ex-presidente Abdolhassan Bani Sadr

 
Abdolhassan Bani Sadr

«Si tratta di una crisi provocata ad arte per avere concessioni sottobanco».

Non usa mezze parole Abolhassan Bani Sadr, primo presidente dell’Iran dell’era Khomeiny e oggi in esilio a Parigi.

«L’Iran – spiega con il suo parlare meditato – sta conoscendo una profonda crisi che spinge il gruppo di mafiosi che sono al potere a cercare con ogni mezzo di restarci».

Presidente, qual è la strategia del regime iraniano?

«Lei ha detto bene: «strategia del regime iraniano». E non del suo presidente. Vede, Mahmoud Ahmadinejad è stato imposto da un vero e proprio gruppo di mafiosi per il conto dei quali agisce. Sbaglia la stampa occidentale a vedere nella crisi nucleare il risultato di un cambiamento di presidenza. Si tratta di una crisi voluta da un insieme di persone che oggi occupa la maggior parte dei posti di potere».

La crisi nucleare sarebbe dunque dovuta alle tensioni della politica interna iraniana?

«In massima parte sì. L’Iran vive una stagnazione economica senza precedenti, una crisi spaventosa. Un’inflazione che erode ogni giorno una piccola parte del potere d’acquisto della popolazione. Quest’anno si prevede un aumento della spesa pubblica pari al 54 per cento. Mentre l’inflazione è arrivata al 35 per cento. Questi record negativi rendono sempre più fragile la tenuta del regime, che teme di essere spazzato via. E di fronte a questa prospettiva i suoi dirigenti, questa cerchia ristretta di mafiosi in affari, stanno cercando con tutti i mezzi di assicurarsi la sopravvivenza al potere. Innanzitutto militarizzando lo stato: i guardiani della rivoluzione occupano praticamente tutte le istituzioni. Poi cercando lo scontro con la comunità internazionale che crei un diversivo e giustifichi una deriva autoritaria».

Un regime che vive una vera e propria crisi politica dunque…

«Sì, una crisi che sta rimettendo in discussione la sua stessa natura. Seyed Ali Hoseini Khamenei, guida spirituale della rivoluzione islamica, è malato. Si pone in questi mesi il problema di una sua possibile sostituzione: un ulteriore banco di prova per chi vuole trasformare dall’interno la cosiddetta Repubblica islamica».

Ma l’Iran ha davvero l’intenzione di procurarsi la bomba atomica?

«Di certo vorrebbe, ma non penso che potrebbe. Non credo proprio che abbia i mezzi. In realtà i dirigenti iraniani stanno continuando da tempo a minacciare gli Stati Uniti per ottenere concessioni di vario tipo.
Sapendo che gli Usa non sono in questo momento in condizione di attaccarli, cercano in realtà una legittimazione politica delle proprie ambizioni nella regione. E sperano addirittura di ottenere aiuti economici e la fine delle sanzioni che impediscono all’economia di decollare. Ma forse questa volta hanno tirato troppo la corda. Ed è possibile che gli Usa, come l’Europa, non siano più disposti ad accettare il ricatto».

Fino a che punto continueranno ad abusare della disponibilità della comunità internazionale?

«Difficile dirlo. Quello che so è che l’Iran è specialista di questo gioco che sovente gli ha permesso di vedere soddisfatte le proprie richieste. Ripeto, però, questa volta sanno di aver esagerato. E vedo già segnali di una nuova distensione. Come le dichiarazioni dell’ambasciatore iraniano a Mosca che ha espresso apprezzamento per le proposte avanzate dai russi».

E le reiterate minacce di Ahmadinejad a Israele? Come interpretarle?

«Il presidente sa benissimo che dire che Israele dovrebbe essere cancellato dalla faccia della terra non significa niente. Sono parole gettate al vento. Si tratta ancora una volta di un modo di alzare la pressione per ottenere concessioni sottobanco che permettano al suo gruppo di mafiosi di rimanere al potere».

Adesso, al centro dell’attenzione c’è il rapporto privilegiato con la Siria. È un sintomo delle aspirazioni egemoniche da potenza regionale?

«Che l’Iran nutra ambizioni del genere è fuor di dubbio. Ma come le ho detto la principale preoccupazione che alimenta la crisi nucleare è l’istinto di autoconservazione di chi è al potere. La Siria deve molto all’Iran, da cui riceve petrolio in parte gratis e in parte a pagamento che raramente paga. Questo la rende un naturale sostenitore del suo vicino. In più i due regimi sono isolati e hanno un comune interesse a unire i propri sforzi per meglio sostenere la pressione internazionale».

Cosa pensa del fallimento delle trattative con l’Unione Europea?

«Se le trattative sono fallite è perché l’Iran, dimostrandosi miope, ritiene che l’unico interlocutore degno di rispetto siano gli Stati Uniti. Penso poi che l’Europa abbia perso molto tempo non facendo nulla quando questo gruppo dirigente si apprestava ad andare al potere. L’Ue, poi, non è molto coesa in questo momento. Finché le cose non cambieranno, non avrà alcuna credibilità politica e sarà condannata, nel migliore dei casi, a fare da portavoce degli Stati Uniti».

Cosa dovrebbe fare l’Ue per uscire dall’impasse?

«Continuare a presentarsi come un soggetto politicamente autonomo dagli Stati Uniti. Dovrebbe cercare di impedire che si arrivi allo scontro e che, come sempre, siano le popolazioni a pagare il prezzo di politiche imposte dai dirigenti. Dare fiducia a un popolo è molto più importante che punirlo con la guerra o con le sanzioni per un regime che già subisce».






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