Simone Verde


18 dicembre 2005
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Dada non è niente, vale a dire tutto

La prima avanguardia in mostra al Centre Pompidou

 
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«Cos’è mai Dada?», ci si chiedeva retoricamente nel 1919 sul secondo numero della rivista berlinese Der dada: «Dada non è niente, vale a dire tutto». E che sia davvero così è provato dalla mostra del Centro Pompidou di Parigi, aperta al pubblico fino al 9 gennaio. Una mostra in cui sono riunite per la prima volta oltre 1500 opere appartenenti alle varie fasi del movimento, da quelle di Zurigo e di Berlino fino a quella parigina che nel 1920 ne vide la fine.

Un movimento, quello Dada, nato nel 1916 nel cabaret Voltaire, come rivolta contro la prima guerra mondiale; a Zurigo, nella Svizzera risparmiata dal conflitto, dove si erano rifugiati scrittori, pittori, scultori, attori e intellettuali accomunati dalla rivolta contro la cultura ufficiale, il nazionalismo bellicista e l’accademismo.
Qui, attraverso pratiche artistiche in cui il messaggio civile e politico prevaleva sulle forme espressive, sono nati nuovi generi come la performance e sono stati creati i presupposti per il rinnovamento dell’arte europea.
È stato proprio l’incontro tra personalità diversissime tra loro, unite nell’opposizione all’establishment, a fare di Dada «niente, vale a dire tutto». Niente, perché l’eterogeneità dei suoi esponenti impedisce ogni definizione estetica del movimento. Tutto, perché l’incontro tra artisti ed intellettuali ne ha fatto il brodo primordiale da cui sono nate molte delle principali esperienze artistiche del Novecento.
Ma allora, come esporre lavori che hanno sempre rifiutato ogni etichetta, che hanno voluto rompere la grammatica dei generi senza crearne di nuovi? Per evitare che la museografia entrasse in contraddizione con le opere, la mostra del Centro Pompidou non si snoda in un percorso lineare. Non ci sono vere e proprie sale ma una serie di spazi comunicanti. I materiali sono disposti in maniera frammentaria e aleatoria e la visita assomiglia a un vero e proprio zapping. Il successo della mostra sta proprio in questo: nell’aver saputo trasporre nella struttura espositiva l’aspirazione libertaria del movimento, lasciando apparire, nella irriducibile ricchezza dei contributi artistici, la vitalità del dadaismo.
Nel magma, ovviamente, emergono opere celebri come Lo spirito del nostro tempo di Raoul Hausmann, La marièe mise à nu di Marcel Duchamp o la Parade amoureuse di Francis Picabia. E dalle individualità riconoscibili di questi artisti si intuisce la nascita di quelle correnti che, una volta esaurito il dadaismo, permetteranno ulteriori sviluppi all’arte moderna europea e statunitense.





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