Simone Verde


20 agosto 2005
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Una Frankenstein, ma tutti la vogliono

L’imprevisto successo della Logan, l’auto made in Romania della Renaul

 
big4699

La chiamano “Frankenstein” ma per possederla fanno la fila. È la Logan. Prodotta in Romania dalla Dacia, sottomarca locale della Renault, ricorda le auto dell’epoca sovietica. La sua virtù? Costa poco. Molto poco. Commercializzata a cinquemila euro, le sue forme sono il prodotto dell’assemblaggio di vari modelli già in commercio. Interni spartani, novità tecniche tutte di tipo pratico: «Gli specchietti sono simmetrici a destra e a sinistra – spiega un dirigente della Renault – in modo che, se si rompe quello del guidatore, si può utilizzare l’altro per sostituirlo». Secondo Louis Schweitzer, il papà dell’operazione, l’auto dovrebbe toccare il milione di vendite l’anno, coprendo, entro il 2010, il 25 per cento della produzione totale della casa automobilistica. Ma ciò che l’ex presidente della Renault non aveva previsto è il successo della berlina nell’Europa occidentale, dove, proposta a 7500 euro (2500 in più per adeguarla agli standard Ue), è al centro, soprattutto in Francia, di un vero e proprio fenomeno commerciale . Tra giugno e agosto sono circa diecimila le bagnoles rumene ordinate oltralpe, ben oltre le attese dei suoi produttori. Soltanto mille di queste sono state consegnate, ma anche in Germania tirano. E pure in Spagna. Il caso Logan esplode nel momento in cui la Fiat, a lungo produttore principe di auto popolari, ripensa il suo futuro strategico, chiedendosi se non sia meglio puntare decisamente sui marchi di lusso o comunque lasciar perdere la fascia più bassa nella competizione globale. L’ultima volta che ci provò fu nel 1996, con l’uscita della Palio, world car nostrana. Chi la ricorda? Non riscosse un particolare successo, se non in Brasile. A Torino forse farebbero bene a studiare il caso Logan.
Anche perché non è una vicenda eccezionale. Come dimostra, proprio in questi giorni, l’arrivo di un’altra automobile a prezzo stracciato. È l’Happy Emissary, monovolume acquistata a Pechino da un inventivo imprenditore molisano, ben presto in vendita a quattromila euro, prima dei milioni di vetture cinesi che potrebbero invadere l’Europa e rivoluzionare il mercato automobilistico.
Ma la vicenda Logan è davvero un caso con tante sfaccettature. Sociali, Politiche. Bramata dai consumatori, la world car di Renault è osteggiata fermamente dai sindacati che chiedono sia prodotta direttamente in Francia per la rete Ue (oltre a quello rumeno, altri stabilimenti in Asia e in Africa sforneranno la world car per i propri mercati, e in futuro Brasile e Iran). Il dibattito in corso avviene in un paese in cui lo stesso pubblico che boicotta le catene di fast food Mc Donald’s e che ha respinto la Costituzione europea accusata di essere troppo liberista, si sta affrettando come nessun altro a ordinare “l’auto globale” di Renault. Una contraddizione che sottolinea l’incapacità della politica a gestire i processi in atto e la velleità del governo francese che, se da un parte dichiara, per bocca del suo primo ministro Dominique de Villepin, che «la globalizzazione non è un ideale e non può essere il nostro destino», dall’altra incoraggia giganti come la Carrefour e lancia crociate perché marchi, come quello della Danone, siano sottratti alle grinfie di eventuali predatori internazionali. «Il problema – sostiene Nicolas Jabko ricercatore in politiche economiche all’istituto Ceri di Parigi – è il paradosso dell’outsourcing ». I clienti della Logan e di tutti i prodotti a basso costo che vengono dai mercati asiatici, fanno spesso parte di quella fascia di lavoratori svantaggiati dalle delocalizzazioni. Così, in assenza di una presa di posizione della politica, opportunisticamente contenta quando protagoniste della mondializzazione sono le aziende nazionali, la Logan rischia di essere l’unica auto che i suoi acquirenti possono permettersi.






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